Un po’ di ogni cosa

[E’ così difficile e tu non puoi immaginare quanto, così mi siedo dentro questa parentesi, mentre aspetto che fuori i punti diventino virgole, che le virgole diventino spazi senza niente in mezzo, nemmeno la distanza]

Pila di libri babele

Fuori da questo spazio ci sono le pile di libri, una babele instabile illuminata dalla fioca luce del pc su cui batto parole metalliche. Mi ricorda quel film del cinema muto che mi piace tanto, Metropolis. È una pila che ha il tuo nome addosso, quello dei libri che mi suggerivi di comprare, quando andando in libreria per coccolarmi un po’ ti chiamavo, e tu eri nel bel mezzo di una riunione, e come qualcuno che è ancora letto ti sussurravo: «cinque minuti… allora due, dimmi un titolo o due e poi ti lascio andare. Non ho molti soldi però quindi decidi per me». E tu bisbigliavi liste interminabili che erano come parole d’amore, e i due minuti diventavano dieci, la linea poi cadeva e io sorridevo mentre facevo la fila alla cassa e tenevo stretti quei libri, come se tenessi stretta te al respiro. Era un modo per sentirti più vicina e creare passaggi che ora non vedo più. Ora le riunioni sono troppo lunghe e importanti, la stanchezza irrigidisce i muscoli del viso e anche quelli delle parole. Ci concediamo il tempo di una litigata e poi il tempo di dimenticare. Sembriamo due criceti nella ruota. Sembriamo come quella pila instabile di libri che mi sta sopra la testa. Quelli che odorano di te. E poi penso che non mi hai mai regalato un libro, e sorrido, ma questa volta senza niente stretto al petto, se non un vuoto che non ha nome sul dorso, neppure i nostri.

Ho aperto una pagina a caso, di uno di quei libri che mi fanno da cappello, e scelto una riga a caso, e poi ho iniziato a leggere. Proprio come mi piaceva fare con te, quando ti chiedevo: «dimmi un numero (per scegliere la pagina) e poi un altro (per scegliere il rigo)», e tu ne sceglievi uno sempre troppo piccolo che corrispondeva alla prefazione o a quelle pagine bianche che alcuni editori mettono dentro il libro come se delimitassero la distanza tra te e la storia. Quante pagine bianche ci dividono?

«L’appartamento della signora Sen era caldo, talvolta anche troppo; i radiatori fischiavano costantemente come una pentola a pressione.» – da L’interprete dei malanni di Jhumpa Lahiri, pag 15.

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