Due vespe

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.
Erri De Luca, L’ospite incallito

Niente più lacrime, niente più sorrisi rimandati e vorrei senza data di scadenza, la vita è adesso e tu devi essere felice perché pelle e cuore non possono aspettare all’infinito. Vorrei dirtelo senza che le tue parole mi sbattano in faccia le morali di una vita in cui l’uno è uno, il due è una sottrazione, e l’amore un post-it con regole che non riconosco come mie. Devi essere felice anche senza me… devo esserlo anche senza te. Andare via quando la propria presenza fa stare male l’altro, è forse davvero questa la misura dell’amore, come mi dicesti tu tempo fa. Andare via senza voltarsi. È davvero l’interezza che mi hai spiegato con tanta dovizia di particolari e teoremi, in cui l’equilibrio dell’uno è il primo vero atto d’amore da dare all’altro, quello che vuoi?! Non so, davvero, se tu abbia ragione, ma a questo punto la ragione non so neppure dove stia. So, però, che ingannare il dolore giorno dopo giorno è qualcosa che consuma.

Le mie mani sono ancora sporche di fuliggine e pensieri. Mentre liberavo il camino da resti e rifiuti del 2012 ho sentito l’esigenza di scriverti ed eccomi qui, con macchie di un anno trascorso su una mano e qualche pezzo sulla pelle. Il capodanno è trascorso nell’assenza di entrambe, tu nel tuo mondo e io nel mio, paralleli e mai incidenti. Il conto alla rovescia, i baci, gli auguri, i giochi d’artificio, la musica, gli occhi, le mani, i tappi dello spumante, il mio nome sulla bocca di altri… ti ho cercata in ogni punto della stanza, come se potessi davvero trovarti, ma tu non c’eri. Mi sono spinta in mezzo al giardino freddo per chiamarti al cellulare, passando in mezzo ai miei amici come fossero lenzuoli stesi al sole da schivare. Il cane mi ha seguito a passo fedele sfidando il rumore dei giochi pirotecnici che spaccavano il cielo. Ha pensato che potessi difenderla, io che perdevo pezzi a ogni passo, mentre speravo squillo dopo squillo di schiudermi nella tua voce, con l’anima piccola piccola mentre ti immaginavo sola nel tuo appartamento distesa sul divano a guardare la tv con ai piedi il tuo di cane. Ho sentito il destino come una colpa da scontare. Avrei voluto sciogliermi nella tua voce, almeno quella, e dirti quanto mi mancassero i tuoi sguardi, il tuo sapore, il tuo nome sulle mie labbra il mio sulle tue. Ho maledetto il telefono perché le linee erano saltate, ho maledetto me stessa quando non rispondevi e ho visto gli squilli perdersi tra le tue stanze e il tuo corpo assente, ho immaginato il mio nome illuminare il tuo display e tu stornare lo sguardo in punto qualsiasi della stanza in cui la mia presenza si perdesse. Allora ho capito che il destino dovevo scontarlo davvero come una colpa, e che tu la stavi dando tutta a me. Tu non mi aspettavi, non volevi. Così il 2013 è iniziato con una fitta al cuore, ho perso l’equilibrio, sono caduta sull’erba bagnata e sono rimasta qualche minuto ferma sulla pelle umida, con l’odore di terra, con la notte illuminata dai fuochi sulla mia testa e una luna morsa, mentre il cane leccava le assenze sul mio viso. Mi sono alzata e ho tirato via di dosso pezzi di erba e di me. Sono ritornata agli altri a metà e ho deciso che non sarebbe stato più così, lo è stato troppe volte da quando stiamo insieme, ogni traguardo, ogni momento importante è stato inquinato dalla tua assenza e dal dolore di non averti accanto. Dal desiderarlo, dal crederlo e poi esserne delusa. Quante promesse disattese, quante voglie spezzate dal tuo giudizio. Ho guardato i miei amici e ho pensato che sono rimasta ferma, che non sono andata da nessuna parte chiusa in un girotondo di dolore e vita rinviata. Ho pensato che non ho più cercato di essere felice, come se pensassi di non meritarmelo. Non ho scattato foto pensando che poi se le avessi viste saresti stata male. Ti ho pensata quando vedevo gli altri sfiorarsi, curarsi, essere due di uno, e ho capito che era bellissimo mentre declinavo dentro tutte le forme dell’assenza, e sorridevo agli altri nel dovere di padrona di casa. Mi sono fatta giullare mentre la pelle si apriva come zolle inaridite e dimenticate. Mi sono chiesta perché il nostro amore è così verboso, perché i 1200 km che ci dividono sembrano essere infiniti e mai attraversabili. Mi sono chiesta perché questo amore ha regole così dure. Forse, semplicemente non sono come te, non so sospendermi o far finta di nulla, non so muovermi così senza direzione e punti di riferimento in cui ogni tanto riprendere fiato. Non so aspettare una vita che non sembra disposta a contenermi così come sono. Mi dici che mi ami e sottolinei il modo in cui ti prendi cura di me, il modo in cui non mi prendo cura di te, e tutte le volte in cui le mie parole, parole come queste, ti fanno sentire in colpa. Pensi che non ti sia grata per le attenzioni che mi dai, quando dopo una giornata di duro lavoro rivedi le cose che ho scritto e mi dai una mano, quando cerchi di rassicurarmi. Ma questo non può bastare, è il flebile atto che due amiche normalmente si concederebbero. Non voglio più sentire il mio reclamarti come una colpa.

Prendo fiato e mi concedo un’altra boccata di caffè mentre mi impongo di fermarmi qui, di non scrivere, di non gocciolare più questo dolore che ho ficcato di forza nella bocca del 2012 nel tentativo di avere un 2013 glorioso e felice. Ma invece mi trovo stretta in questa rabbia che mi preme sul cuore. Sono arrabbiata con te, se solo non mi avessi ammonito ogni volta che ti chiedevo di organizzarci in tempo e assicurarci quel tempo pelle a pelle. Ho lasciato che tu decidessi come sempre, per non litigare, per non sentirmi dire che rovino tutto, che sono ansiosa e negativa. Abbiamo salutato il 2012 litigando, mi hai riservato parole orribili con cui ho dovuto fare i conti e sto facendo tutt’ora. Dovrei davvero credere che tu quelle cose su di me le dica solo perché sei nervosa e spaventata? È comunque il tuo sguardo su di me. Mi stai convincendo. Vuoi davvero questo? Mi guardo allo specchio e mi chiedo chi sia quella donna consumata che vi si riflette. Mi chiami e parliamo del cane, dei due giorni di silenzio perché non stavi bene, della spesa, di tua madre, mi chiedi come è andato il capodanno, e facciamo finta che tutto sia normale. Spengo le parole sulla pelle come una cicca rovente. Mi manca il fiato e tu dei miei lunghi silenzi neppure ti chiedi, ma so che li senti e vuoi schivare il litigio. Respiro a fatica e sento una mano premere forte sul costato, così quando mi dici “ci sentiamo dopo” acconsento senza dir nulla. La mia testa si confonde tra le trame verdi di quel divano che ami tanto, il respiro è pieno di spilli che inghiotto a fatica, così non mi resta che guardare il soffitto di legno e giocare a scovare immagini tra i nodi delle travi come fossero nuvole. La stanza è silenziosa, solo la voce di Dinah Washington spezza la monotonia dei pensieri.

Ho appena visto una vespa morire. È successo proprio adesso. Mentre scrivevo sono stata distratta dall’impavida vespa scalatrice. Dicono che il loro morso a volte sia letale. Ma lei non sembrava avere pensieri che contenessero altri. Tentava disperatamente di scalare la superficie fredda della finestra che dà sul giardino, forse è lì che voleva andare, credendo che alla fine lo avrebbe raggiunto. Ha tentato più e più volte, ogni volta scivolava giù  e piano svolazzava  per non finire sul pavimento, a ogni tentativo la scalata si faceva più  flebile e il percorso dimezzato. Il telefono è squillato così  mi sono alzata, quando poi sono tornata non l’ho più vista. Ho pensato fosse volata via e l’ho cercata in giro per la stanza, ma nulla. Ho pensato sarà volata via dalla porta appena socchiusa. Poi l’ho trovata in un angolo della stanza, chiusa su stessa come una pallina di carta accartocciata e dimenticata. Il giardino è oltre la finestra fredda, forse è lì che voleva morire. Così è lì che l’ho portata. E tutto questo mi ha parlato di noi, divise da una lastra anonima e intrappolate in vani tentativi che consumano distanza e amore. Sorseggio il caffè ormai freddo e avrei solo voglia di piangere la sorte delle due vespe.

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