Sale e vagiti

Giusy Calia, Qualcosa che non c'è [rivisitato]
Giusy Calia, Qualcosa che non c’è [rivisitato]

«La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa». – Amélie Nothomb, Biografia della fame

Non è ancora nato. Mi avverte con un sms, dice che se la sta prendendo comoda come noi che lo facciamo da una vita. Gli rispondo che dopotutto fa bene, non sa che cosa lo aspetta dopo, perché sarà con il primo vagito che soddisferà le prime aspettative. Gli ho risposto: per fare una cosa bene occorre del tempo, e lui lo sa. Ha già un’eredità grande sulle spalle, tu credi che ti salverà dal baratro nel quale ti trovi, ma poi hai anche paura che neppure questo servirà, e quel buco nero ti affogherà e affogherà anche lui. Siamo amici da troppo tempo, eppure così diversi, eppure così simili, intrappolati nella maglia di questa città che ci fagocita istante dopo istante, ma che non riusciamo a strapparci di dosso. Questo lei non lo capisce, nata in una metropoli in cui i destini sembrano già tracciati, se non quello hai quello, se non quello c’è dell’altro, ma comunque puoi scegliere. Noi siamo figli di un Sud che ci condanna e guarda storto le nostre voglie, abbiamo ereditato sbagli e tradimenti, abbiamo dovuto spalare dentro strati spessissimi di fallimenti altrui, quelli di chi ha smesso di credere e ha tentato in ogni modo di tirarci dentro. Ma non ci siamo mai abbattuti, abbiamo le mani scorticate così come i pensieri. Lo abbiamo difeso con le unghie il nostro posto all’inferno. Lei mi dice: esageri come sempre, sei apocalittica. E mi suggerisce dosi di prozac e lexotan che mi insegnino un’altra me. Come se potessi smettere di essere nata qui. Tu amico mio lo capisci, provieni dallo stesso fango, dalla stessa costola mancante, e me lo dici tra un sms e l’altro mentre aspetti la nascita di tuo figlio e ti preoccupi per quando avrà 15 anni. Ti dico: vacci piano si rotola ancora nel liquido amniotico. Fortuna però che non è femmina saresti finito, geloso e pazzo ad aspettarla ogni notte per paura che incontri uno come te. E ridiamo.

Guardo l’orologio, avrei dovuto consegnare il lavoro stamattina, ma anch’io me la sono presa comoda è bastata una telefonata per farmi perdere il ritmo delle cose. Così sarà tutto lavoro inutile, il direttore non lo vorrà. E’ solo mia la responsabilità, ma è proprio come quel primo vagito: lei mi ha chiamata, mi ha urlato addosso delle cose, e in fondo aveva anche ragione, una ragione che però non ho costruito di proposito, è stata una libera associazione della mente, quel buco profondo da cui qualcosa è sgorgato: io, che mi ribello. Non amo nessun’altra, non ritornerò dalla mia ex, non cederò alle avance di vecchie amiche perché ti amo anche se fa male. Sì che la amo, altrimenti me la strapperei di dosso, e invece ogni volta ritorna come una marea e mi affoga, ed io non riesco a fare altro che bere di lei e sentire ancora sete, perché il sale, si sa, ti affama. Il sale brucia sulla pelle, il sale brucia sugli occhi, il sale infiamma le ferite. Lei è sale, ma non porta da nessuna parte. Così dopo quelle urla e il telefono sbattuto addosso il tempo ha iniziato a girare più lento, ma solo in me, mentre fuori è quasi buio ed io vorrei tanto una tazza di cioccolata calda, perché tanto per il lavoro che dovevo consegnare è troppo tardi. E anche per me.
Aspetto il primo vagito amico mio [che in fondo sa un po’ di  sale], così almeno oggi ci sarà qualcosa da salvare. Benvenuto al mondo.

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