la battaglia delle patate

La battaglia delle patate

[…]Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

– Pablo Neruda, Giochi ogni giorno

E ti ho aspettata questa sera come se il mio sguardo potesse scorgere la tua figura attraverso la finestra, in fondo alla strada. Come se potessero esserci traiettorie tra di noi lunghe uno sguardo. E ti ho aspettata come la primavera fa con i ciliegi. Ti ho aspettata attraverso un autunno che assomigliava all’inverno e a un inverno che non smette di essere se stesso nemmeno per un istante. Ti ho aspettata attraverso questa mia tristezza che mi fa sembrare tremendamente stancante e noiosa, e stanca anche le mie stanchezze. E io che riesco a essere giullare non trovo una cosa di cui ridere. Chiudo gli occhi e mi dico: pensa a una cosa divertente. Non mi viene nulla in mente, come quando tu dopo un litigio mi chiedi di dirti qualcosa di dolce, e io strizzo gli occhi e penso, ma non alfabetizzo le parole che vorresti, né quelle che facilmente troverei se non avessi quell’enorme peso al cuore.  Adesso, per esempio, l’unica cosa divertente che mi viene in mente, che poi non è nulla di divertente, ma è qualcosa di mio e leggero che mi piace, sono quelle visioni che mi prendono ogni tanto in mezzo alle cose. Oggi sono state le patate, un mucchio di patate che ho iniziato a sbucciare pianificando pian piano la cena per la sera e il pranzo di domani. Le bucce continuavano a scivolare su quelle forme nude e così irregolari, le lasciavo piovere sul ferro da stiro, che ogni tanto uso come ripiano da cucina. Alcune sembravano delle donne pingui e basse con il naso in su verso il cielo, come Ciaulà, poi c’erano delle piccole matriosche piene di segreti, e delle facce sbilenche con pensieri sospesi nella bocca. Il coltello affettava storie e le storie sgranocchiavano i miei pensieri, così che ho smesso di sentirli. Intanto sotto le mie mani distratte si formavano cumuli di bucce che nascondevano tuberi nudi e istoriati. Alla fine mi parve di avere sotto gli occhi la scena di un’epica battaglia dove ognuno aveva il proprio nome e la propria storia. La battaglia delle patate, così l’ho chiamata. L’ho fotografata come se potessi mostrartela, come se potessimo ridere di me. Perché non l’ho fatto? Stiamo ancora insieme, lo abbiamo deciso senza dircelo, tra le maree che ci riportano l’una all’altra. Stiamo ancora insieme? Oggi il nostro litigio è stato più netto e disperato, come la tua voce. Forse, se avessi preso il telefono e iniziato la storia delle patate perite in guerra, una battaglia epica, così senza dir nulla come spesso accade, come spesso tu fai accadere tutto adesso sarebbe diverso. Tu mi avresti detto che sono pazza. Ti avrei chiesto: perché non potrebbe essere una bella storia? perché io non potrei essere un’eccellente cantastorie? E tu avresti riso del mio gioco dei perché, che è una cosa che mi trascino da quando ero piccolissima, ma davvero piccola. Di quei piccoli con le ginocchia sbucciate e i vestiti sporchi, con le punte dei piedi fissati sul pavimento della scuola per arrivare alla lavagna e scrivere Albero, Biglia, Casa, Dado, Elefante, Fiore, Gatto… Anche allora ero brava a scrivere storie, forse perché sin da piccola amavo essere altrove, almeno con la mente; brava a inventare storie divertenti e avventurose. Mi ricordo quando…
Tu sei molto più brava di me, hai così tanti mondi dentro, mondi in cui sei forte e altri in cui sei fragile, piccolissima, nonostante l’aspetto sicuro e il ruolo che hai nella quotidianità. Lo sei quando inventi per me delle favole o quelle storie divertenti che snodano il tuo humor nero e cinico, dietro cui hai imparato a nasconderti, per difenderti e dissimulare. Sei piccolissima anche quando mi accarezzi con quelle tue mani spesse come le bocche dei tulipani.
Così stanotte tra tutti questi pensieri disordinati scelgo quello da poggiare sul cuscino sperando tenga a bada la mia insonnia: è la storia che un giorno hai costruito per me attraverso file che mi spedivi in posta, dovevo cliccare su link e fotografie, e mi parve incredibile che tu fossi riuscita a fare tutto questo visto il tuo innato conflitto tecnologico che cerci continuamente di superare. Mi parve bellissima la storia della bambina e della formichina. E tu. È stato il tuo modo di dirmi che c’eri, al di là della pelle e del fiato, mentre facevo i conti con quel lutto che mi lasciava a metà.
Così, ti ho aspettata questa sera, e a me adesso sembra di vederti così come ti ho amata.

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