Dorothy dreaming

doroty

Che m’aspetti il futuro! Che m’aspetti che m’aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l’ho trovata
facendo il giro delle macellerie.
– Amelia Rosselli, Di sollievo in sollievo da “Serie Ospedaliera” (1969)

È vero, me lo hai ripetuto troppe volte “devi essere più ordinata e disciplinata”, così ho deciso di scrivere una lista, la lista delle cose da completare, quelle anche da tentare così ‘tanto per coraggio’ che se poi andrà male almeno nella lista taglierò rimpianti e rimorsi. Così ho iniziato una lunga lista, mi sono accorta di quante cose inutili che ormai scendono di qualche posto sino ad arrivare allo scolatoio, e poi ci sono le cose rinviate, da troppo tempo, cose che avevo dimenticato, cose che mi somigliano, più della direzione in cui la mia vita sta andando. Così cambio posto alle cose, rivoluziono i nomi, taglio, cucio, sposto di categoria, ribattezzo e mi sento mani e piedi indolenziti come se li avessi davvero attraversati ognuno di quei propositi che pian piano mi mappano. È il peso della responsabilità, il dolore della disciplina. Una lista se ben fatta ti orienta nello spazio e nel tempo, e alla fine potresti fare un bilancio. Ma, non voglio perché, lo ammetto, potrebbe dissuadermi dal continuare. Preferisco il proposito, forse, ogni lista ne deve avere uno. Ogni lista deve (davvero) averne uno?! Non lo etichetterò però con annata 2013, appunterò cose a margine cercando di mantenere un ordine, mi impegnerò a finire le cose che ho lasciato a metà, quei racconti, quei reportage, tenterò le idee che avevo abbozzato su un paio di post-it e file digitali, e poi (ho chiuso gli occhi per un attimo) cercherò di crearmi un piccolo laboratorio per scolpire e disegnare, trasformare quegli oggetti che trovo sulla spiaggia come identità in attesa di un nuovo inizio. Ecco, andrò più spesso al mare, soprattutto di inverno quando il vento ti sferza la faccia e la salsedine si mescola ai pensieri. Andrò con il cane, e la lascerò correre senza la paura che non torni più da me. Senza quella paura che spalmo su ogni cosa. Mi muoverò di nuovo attraverso la città, a spiare storie a metà a cui darò poi un finale. Metterò scarpe comode, mi porterò un astuccio per mettere dentro un sasso o un arancia acquistata al mercato per poi sbucciarla con le dita e mangiarne a spicchi sugli scalini di una delle tante chiese che si snodano nella mia città. E avrò la mia macchia fotografica a ricordarmi il percorso.
Poi sul bancone di quella piccola officina (riesco anche a immaginarmela) mi sporcherò le mani, consumerò polpastrelli e nocche, perché è la cosa che mi fa sentire viva e mi acquieta l’anima, come se qualcuno vi soffiasse sopra…
La mia lista è di carta e la ripiego da parte a parte, e il gesto mi ricorda mia nonna quando mi costruiva barchette di giornale o cappelli che posava sulla mia testa come una benedizione. Così una lista forse non è un proposito, ma delle scarpe comode e consumate che riescono a portarmi ovunque.

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