Interruzioni

«E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento. Impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. Apri gli occhi. Impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di Natale. Apri le narici. Annusa la neve. Lascia che la vita accada». – Sylvia Plath

Interruzioni

Non ho mai smesso di scrivere, non ho mai smesso di inventare storie e coglierle per strada nello sguardo di qualcuno di sconosciuto, in una foto dimenticata dentro la pozzanghera, in un uomo seduto in una panchina con lo sguardo perso nel vuoto. Non ho mai smesso di scrivere, significherebbe smettere di respirare. Ma a un certo punto, e non saprei bene quando, ho posato la penna e le storie sono rimaste dentro la mia testa. Non le ho lasciate più sgorgare fuori, strette in piccole bolle apostrofate nel silenzio, dentro la mia testa, nel sottovuoto di emozioni che negli anni si è creato. Il mio terapeuta dice che sono come un puntino lontano da me stessa – lei avrebbe bisogno di un microscopio, è paterno mentre me lo dice, non che mio padre mi abbia mai parlato così o mostrato alcuna cura per la mia vita. Le sue parole sembrano finire sempre sulla punta delle rughe che gli incorniciano gli occhi in un sorriso – non riesco a vedere le cose da vicino, ho solo la capacità di raccontarle, ma non di saperle gestire. Credo intenda che quel sottovuoto sia diventato l’intercapedine tra le mie emozioni e la mia pelle. Non sento più, o almeno ho smesso di capirlo.

Non scrivo più, non lo faccio, ho posato la penna e non riesco a ricordarmi dove. A volte credo che sia il caos della mia stanza a farmi rinviare ogni intento. Mi ripropongo di sgomberare il mio scrittoio e lasciare solo l’essenziale: un foglio bianco e la penna, per non sentire il peso delle cose. Lascerei uno spiraglio tra me e il resto. La luce non filtrerebbe più bisbigliata nella stanza, ma a boccate spesse conquisterebbe quei nuovi spazi, e forse, me, chissà… Continuo solo a riprometterlo, intanto il tempo passa e così come il mio ventre ad avvizzire è anche la mia capacità di scrivere. Ormai mi   limito a criticare le storie altrui, trovare la sceneggiatura di un film o la trama di un libro, di un racconto, debole, troppo debole e così finisco anche per essere un po’ arrabbiata, fasciata in un’ansia con cui ho imparato a convivere, mi interrogo sulla sfacciataggine di gente così incapace, che però pubblica ‘cose’ del genere. Cose. Forse sono solo invidiosa. No, non è invidia, è solo un rammarico che brucia nello stomaco e mi piega, proprio come adesso, e anche se buttassi giù un intero flacone di maalox, la sensazione non sparirebbe. Il mio terapeuta mi ha detto: non si può fuggire – io però vorrei – non può farlo, non ha 15 anni e non la condurrebbe a nulla, potrebbe però pensare a un palazzo da costruire con cose che salverebbe dal passato, di se stessa – non vedo niente di salvabile. Ho dimenticato la penna, chissà dove sia. Se potessi fuggire in un luogo in cui nessuno mi conosce, potrei essere. Non vorrei portarmi nulla, nemmeno la penna. Non avrei bisogno di inventare storie da sostituire alla mia.

Ho smesso di scrivere, è questa la storia. E forse, un po’ sì, anche di respirare…

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