La lettera

«È piuttosto volgare, il buonsenso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle di fallimento, calcola. Il coraggio, la sincerità e l’istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e preparare la controffensiva. L’impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spesso non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, dire sì o no. È questo il bello.» – Diego De Silva

dog

L’ho aspettata per giorni, in quegli spazi di quotidianità che non sono riuscita a riempire. Lavora, lavora, esci, consuma parole e masticale forte per non sentire. L’ho aspettata per giorni, un po’ come fa il mio cane accucciata davanti la porta di casa a spiare i passanti da quel piccolo spiraglio tra il pavimento in roccia e la base del portone. Un’immagine di infinita tenerezza mentre vedo che la sua espressione, incuriosita da quei passanti ignari, improvvisamente si anima quando ravvisa qualcuno di caro avvicinarsi. Sono tutti ballerini stranieri e assenti davanti al suo sguardo fedele e bambino. Un guizzo negli occhi e poi le linee circolari della sua coda che aumentano man mano diminuisca la distanza. Il corpo non tradisce le emozioni, benché meno quelle di un cane che non sa cosa sia la menzogna. È la parte migliore di questa immagine che diventa storia tra le mie dita. L’incapacità di mentire, di progettare modi, di rinviare, quella invece di vivere il tempo nell’immediatezza senza filtri. La parte migliore di questa immagine è quel guizzo negli occhi, sono le feste appena spalanchi la porta, e l’attesa non c’è più, scivolata in una delle crepe sul pavimento. Ma per noi ‘umani’ non è così semplice. A un certo punto senti dolore alle ginocchia, il corpo si irrigidisce, anche i pensieri si indolenziscono e capisci che quell’attesa è inutile, che la tua cosa smetterà di cerchiate l’aria e non ci sarà appartenenza perché i passi costruiranno lontananze e barriere, sedimentazioni di rabbie, assenze, rimpianti e parole rimandate, soffocate in vorrei che rimarranno inghiottiti in gola e poi digeriti nello strappo di un addio. La porta non sarà spalancata e ciò che è più semplice di pelle a pelle non sarà celebrato. Troppo umani. Troppo dannatamente umani. Orgoglio e paura. Ripassi tra i denti tutte le opzioni, strato su strato sull’assenza, e ti dici che è inutile aspettare. Così sei già via, scivolato in quella crepa sul pavimento che è la stessa che hai addosso. Copri il morso con una paura nuova, che un giorno qualcun altro ti troverà addosso.

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