Il vento caldo. Il cerbiatto di Audrey Hepburn. E il brandello di bufera.

Tutto. Una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.
 Wislawa Szymborska, Tutto

Un vento caldo e gracchiante stanotte mi ha travolta. Non riuscivo a respirare. Sarà colpa delle confessioni che una zanzara ha a lungo bisbigliato sopra la mia testa. Un ronzio sempre più metallico e asfissiante che ha appesantito ogni parola, affondando con tonfo profondo sulla mia insonnia.

Mi sono alzata. Trascinata in queste parole mentre la pelle mi dà fastidio.  Sarà il rumore lontano di un televisore che qualcuno pare abbia piazzato al centro della piazza, solo per infastidirmi. Di notte le distanze si assottigliano, sarà per questo che è l’ora in cui ti scrivo? La zanzara mi ha seguito in cucina. Se mi avvicino per accarezzarla corre via e sprofonda nel ricordo. Questa notte avrà sorte differente delle zanzare nelle notti di vento caldo a casa tua. Ogni giorno era notte con distanze assottigliate. In piedi sul letto imbracciavamo una vecchia aspirapolvere ridendo mentre ci definivamo due strambe acchiappazanzare. Ridi. Che strano metodo? Ma non sarà mica tardi? Ti dicevo sotto il soffio di una luce notturna che ci spiava dalla finestra spalancata sul caldo. Poi, mi gettavo sul tuo corpo-goniometro, che pian piano vira verso l’assenza. Le distanze di un letto possono sembrare infinite quando il panorama dello sguardo si schianta contro una schiena. Dove sono finite le tue parole d’amore? La tua mano sui miei occhi per farmi addormentare? Il tuo odore mescolato al mio? La tua lingua, il perdono delle tue dita?
Come vedi lo sguardo che rivolgo alla strada è inquadrato su altri colori così stranieri dai tuoi. Anche i rumori hanno desinenze così diverse. Il rumore di una vecchia serranda agitata da mano pesante mi scuote dal ricordo. Uno stridente alzabandiera che sfregia noncurante questo notturno pieno di suoni aspri e sordi come la ‘zzzzzz’. Un suono aperto come un pesante sbadiglio a cui nessuno è ancora preparato, ha interpellato la strada e gli insonni come me all’ascolto di parole inutili. Improvvise, da un balcone lontano, si sprigionano le voci di un vecchio film anni ’60. Il mio sguardo ritornando alla stanza fissa l’unica parete possibile, il catalogo della casa di Virginia Woolf e la promessa di un viaggio sempre rimandato, e poi il volto di una giovane ed estatica Audrey Hepburn, con gli occhi socchiusi e il cuore avvolto nell’abbraccio a Pippy, il suo cerbiatto da compagnia.

Moon river, wider than a mile, I’m crossin’ you in style some day… la sto canticchiando mentre ho i gomiti schiacciati sulla ringhiera fredda del mattino. A labbra strette, strettissime. Tutte le parole mi pesano sul plesso solare mentre il giorno si allunga sulla mia mano. Ogni respiro è uno spillo appuntito giù per la gola. La testa ha iniziato a pulsarmi. Penso poche cose sparse e confuse: Vorrei dell’acqua. Vorrei dei pensieri nuovi. Vorrei un corpo (il tuo?) fasciato al mio. Osmosi pelle a pelle, in una nudità che non ha confessioni. Vorrei un tiamo che scivoli dalle mie orecchie al mio ventre e da lì al piacere, senza interruzioni, senza mai o rinvii.
Vuoi ancora essere il mio vaso comunicante?

Ferma in questa apnea emotiva non mi resta che aspettare. Guardare questa bolla ingrossarsi nel petto. Lei non deve accorgersene. Non devi. Guardo allo specchio il groviglio di parole diventare nodulo nella mia gola. Tossisco. Graffia. Tossico. Affonda. Tossico. Scava. Questo dannato spillo non riesco a sputarlo via, lo sento affondare nella carne. Infilo le dita in gola, lo strappo via, mastico con i denti i brandelli di te, sanno di ruggine e pelle.

Ogni goccia sprecata la lecco via dal pavimento.

Odi quando macchio il pavimento. Ho imparato a nascondere le mie orme. Vorrei essere dietro la tua schiena adesso, come la canzone che una volta mi dedicasti. Quando eravamo inizio, due adolescenti non più lontanamente tali che nascondevano missive d’amore nel testo di una canzone. Come se la vita potesse essere una ballata.

Balla con me Marta. Afferra la mia mano. Afferra tutto il mio corpo, tutto il suo dolore, lascia che io sia la tua eccezione. Sii la mia. Il pericoloso Tutto. Ancora per un po’, lasciamoci trasportare da questo brandello di bufera.

http://youtu.be/BOByH_iOn88

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