La vicina della porta acanto

«Siccome respiriamo tutti, tutto il tempo, è sbalorditivo quando qualcuno ti indica come e quando devi respirare. E con quale chiarezza uno totalmente privo di immaginazione veda una certa cosa se gli dicono che ce l’ha davanti, corredata di ringhiera e guide di gomma, che curva a destra sul fondo inoltrandosi in un’oscurità che si ritrae davanti a te. Non è come dormire. Né la sua voce si modifica o sembra ritirarsi. Lei è lì, parla con calma, e anche tu.»  – Il re pallido, David Forrest Wallace

panni stesi ad asciugare

L’acanto pensavo fosse un colore. Ho dimenticato le lezioni di arte e architettura, sarà per colpa dell’accento estremamente forte della mia insegnante, come un alito pieno di odori disgustosi. Eppure era una donnina così insignificante e innocua, con i suoi capelli rosso sbiadito e colori troppo accesi su occhi piegati dall’età. Sarà stata alta unmetroecinquantascarsi. Sarà stata. Chissà se insegna ancora, in quel vecchio e austero liceo nel centro storico della mia città, con una bandiera italiana consumata che ogni tanto una folata di vento rianimava. Mi sedevo sulla grande base di marmo di quella finestra che si affacciava sul mercato, e disegnavo i profili delle vecchie case con panni colorati, stesi su corde d’attracco da un palazzo all’altro. Talvolta scorgevi anche diverse paia di scarpe appese penzoloni. Qualcuno però  mi disse che fosse un particolare codice per segnalare spacciatori nella zona. Non ho mai saputo se si trattasse di una delle tante leggende metropolitane. Fantasiose spiegazioni a cose che nessuno avrebbe mai notato.

Oltre quelle file di scarpe e poveri panni, di etnie differenti, scorgevo quella cupola meravigliosa, con verdi smeraldo blu grigi e sfumature dorate che ti indicavano il pennone. Poi, a sua volta, ti invitava a tornare sulle possenti statue di marmo, che come dei titani sostenevano il peso della cupola. Ecco, se l’acanto fosse il colore sarebbe quell’insieme di sfumature di verde smeraldo, blu e dorato. Sarà forse proprio quell’intrecciarsi di forme nodose e corpulente avvinghiate a capitelli e colonne ad avermi ispirato, ad avermi confusa. Così che quella foglia ornamentale si sia scomposta gocciolando colore.

La mia vicina mi precede stamattina, conquista lo spazio davanti l’ascensore e tradisce un sorriso dal rossetto sbavato. Ha capelli esageratamente cotonati, come se qualcuno le avesse gonfiato un palloncino nascosto sotto la zazzera dorata. Troppe gocce di profumo, dolce e nauseabondo che mi costringono ad arretrare. Uno, due, tre… facciamo quattro passi indietro. Sono proprio dietro di lei e la osservo mentre aspettiamo l’arrivo dell’ascensore. E’ occupato. Dà qualche colpo sulla porta in metallo per far fretta a chi temporeggia qualche piano più sotto. Ha dita ingioiellate su mani da sessantenne trascurata.  Potrebbe averne anche un centinaio di anni. Dalla sua mano tesa scivolo giù sino al suo braccio, il gomito, la spalla, il collo raggrinzito e poi il vestito. Un abito che le stringe sui fianchi con un motivo floreale dalle sgargianti tonalità blu e verde smeraldo. Chiudo gli occhi e ricordo le mie ginocchia raccolte, l’album da disegno e il carboncino che mi macchiava i polpastrelli. Il sole stamattina fende ogni intimità, entra prepotente anche su quel pianerottolo di eccessi e banalità. Compie uno strano gioco di luci, con traiettorie che dal pavimento muovono ombre e riflessi. Così per un attimo sorrido proprio dietro le spalle della mia vicina scorgendo il suo abito con quelle grosse foglie riflettersi sulla sua porta di casa, uno specchio semi opaco di mogano. La mia vicina della porta acanto, sorrido mentre costruisco il pensiero e la lascio entrare per prima dentro l’ascensore con ilare irriverenza.

http://youtu.be/vyjNCFje8bc

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