Sleeping with ghosts

Scolapasta

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.
– Mark Strand

Attraverso la strada, curve e strade malmesse, c’è solo qualche spazzino indolente a condividere lo sbadiglio della città. I colori del mattino si spezzano sul parabrezza della mia automobile che non ha fretta, come i miei pensieri dopotutto. «Prego passi», faccio il segno con la mano dentro il mio abitacolo pieno di musica. L’automobilista ha fretta, non rispetta lo stop e ignora la gentilezza fagocitando anche il mio tempo, che è ancora in gestazione.

Ieri sera osservavo le gocce che pendevano dallo scolapasta arancio che avevo appena lavato. Ho imparato  a cucinare i falafel e preparare lo tzatziki. Lei si piega verso di me e mi spiega ogni passaggio, sorride e mi versa del vino, mentre disponiamo le piccole e imperfette palline appena uscite dal forno (su piatti che ameresti). Scottano. Si piega per controllare la cottura e mi scosta piano, a voce bassa mi dice «Attenta scotta». E la notte quando mi abbraccia, e la mattina quando mi sveglia con quella musica che mi ricorda te, e mi dice che la colazione è pronta. E quando mi dice di aver fatto la spesa e aver pensato a quello che mi piace, e il vino che preferisci, e il terzo cassetto che ti ho svuotato perché tu metta le tue cose, e mi piacerebbe avessi le chiavi di casa, e ti ho comprato lo spazzolino, e devi imparare il posto di ogni cosa non puoi continuare a chiedermi dove siano le tazze, e preferisci io prenda le ferie la prima parte di agosto o la seconda e… Raccoglie le mie paure come frutti acerbi e le lascia sul tavolo aspettando che maturino. Il suo amore non ha fretta. Una notte mi ha detto di amarmi, ho fatto finta di dormire, sognare, dimenticare. Ho respirato lentamente e ho sentito te ferire i polmoni.

E’ solo un mese che ci conosciamo. Sembra la vita si prenda gioco di me. Non sono mai sola a ricevere queste attenzioni, c’è una parte di me che è ancora tua. Ogni volta penso che avrei voluto fossero tue queste parole. Mi libererò mai da questa condanna? So già che rovinerò tutto.  Nel silenzio la forma della stanza cambia, il suo respiro, il suo odore si trasforma sotto il peso del ricordo, solo la luce  restituisce la sua reale forma al resto. E quella vertigine che ancora ti preannuncia mi raggiunge e si siede ai piedi del letto.

Non riesco ad abbandonare l’idea che un giorno ti rivedrò, vi rivedrò. Continuo a chiedermi cosa tu stia facendo. E come stai? E chi si prende cura delle tue ferite e delle tue assenze? E chi ti guarda mentre dormi o anticipa il tuo risveglio per misurare il tuo respiro?

Quando smetterò di lasciare che ogni cosa mi riporti a te? Talvolta ti immagino mentre svuoti la tua casa da me, gettando ogni cosa, mentre sorridi con gli altri e cancelli ogni traccia, ed elenchi tutti i motivi di questo sbaglio. Mentre recuperi gli spazi della tua casa della tua vita che non con difficoltà riuscivi a condividere con me. Mi sentivi come un’invasione, il mio amore era una minaccia da cui ritrarsi e combattere. E’ a tutto questo che mi affido per lasciarti andare. Ma continuo a non muovermi ‘nonostante gli altri dicano che io sorrida e stia meglio’ (te l’ho già detto, sì). Nonostante i passi, io, giro intorno per non spostarmi da questo epicentro emotivo.

Vorrei poter uscire dal tuo corpo per sopravvivere. Ti ho lasciata andare via sperando che tu sentissi il bisogno di ritornare. Talvolta occorre osare, e quando trovi il coraggio di farlo, speri di non perdere. E invece. Ho solo una manciata di fantasmi sul palmo. Dovrò lasciarli andare via prima o poi.

http://youtu.be/noMrs6Q1RpM

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