La prima stanza

«Io che cosa sono per te? Dillo! Dillo davanti alla Madonna delle Spade che te fa casca’ la lingua! Dillo!» – Tosca

Due stanze più in là c’è la cipolla che imbiondisce nella padella, sento il crepitio mescolarsi alla musica, a volume troppo alto, che seduce ogni angolo di questa quadrato vuoto a metà di tutto, in cui mi trovo. La prima stanza, lei la chiama. Due stanze più in là c’è lei che prepara il pranzo, mentre io cerco di lavorare a questo progetto nuovo che costruisco sopra la mia testa. Da dentro a fuori. L’osmosi della ribellione. Sì, mi ribello a questa cazzo di condizione di nulla che mi circonda e che nei mesi scorsi ha affondato ogni mio istinto alla sopravvivenza lavorativa. Amo il mio lavoro. Io sono il mio lavoro. Divago. Uno, due, tre, quattro, sono i colpi dell’accendigas che va a vuoto. Mi ricorda la tua cucina, e le crostate in forno con le tue mani grandi che stendevano e arrotolavano l’impasto come una marea da dentro a fuori, e il caffè che mi preparavi controvoglia la mattina, e il ‘cane’ che talvolta pisciava (ho sempre odiato questa parola) fuori in balcone fino a gocciolare, così che ho dovuto tranquillizzare la portinaia una di quelle tue mattine a lutto. Mi si stringeva il cuore a vederti così. Tu che sei sempre stata imponente con la tua sicurezza, ristretta dal dolore così tanto da poterti tenere dentro un palmo. Quanta tenerezza, quanta rabbia, perché (avevi ragione) non ho mai potuto superare la tua assenza quando a soffrire ero stata io per prima, e in solitudine.Attraverso la stanza, mi poggio sul muro ruvido, arrotolo tra le dita una pallina di mollica. Sospiro, e le parlo di te, ciò che lei è adesso al posto tuo. Le dico che mi manca il cane e mi manchi tu, mi ha detto di chiamarti. Ma lei non risponderebbe mai, lei mi ha archiviata, pensa che io sia stata una stronza ad andare via con tutto quel dolore che aveva addosso. Ma io non potevo più rimanere, avevo toccato il fondo, non avevo più nulla a cui appellarmi per raschiare un po’ di forza da darti. Come avrei voluto che tutto andasse in maniera differente. Rimaniamo in silenzio, con il suo “beh è comprensibile che non voglia più sapere nulla di te…” che mi trascino sino all’altra stanza. Recupero la mia postazione, tra carte e appunti che non guarderò mai più, e cartelle esplose sul desktop del mio laptop.

Il cucchiaio sbatte sulla pentola un paio di volte, tra poco la sua voce mi raggiungerà per chiamarmi nella seconda stanza, quella da pranzo. Intanto la sento canticchiare qualche strofa di Tosca (sento un dolore al petto, è la tua vertigine), che ha sovrastato anche la mia di musica. Versa tutto di lei in me, anche le cose più spiacevoli, ed è doloroso, perché è la conferma a tutti i miei dolori. No, non è un parallelismo tra voi. Ma troppe cose in lei mi riportano a te, e talvolta fa male la cura, l’abbandono, la gentilezza con cui mi tratta. Talvolta fa male ripensarti mentre le sue mani si perdono tra i miei capelli e penso a quando giocavi con i miei riccioli, a quando mi afferravi la nuca e il tuo odore erano le uniche parole che volevo ascoltare.

Il mio nome, è pronto in tavola. Sbircia e mi sorride.

Arrivo. Le dico.

http://youtu.be/qvlvCfDr-w8

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