L’uomo sul tetto che scotta

L'uomo sul tetto che scotta

«E questo mi ha insegnato che non si può avere niente, non si può avere assolutamente niente. Perché il desiderio inganna.È come un raggio di sole che guizza qua e là in una stanza. Si ferma e illumina un oggetto insignificante, e noi poveri sciocchi cerchiamo di afferrarlo: ma quando lo afferriamo il sole si sposta su qualcos’altro e la parte insignificante resta, ma lo splendore che l’ha resa desiderabile è scomparso» – Belli e dannati, Francis Scott Fitzgerald

[Lettera a una sconosciuta ri-tornata]
Troppo tempo. Un tempo che ha secoli dentro, perché ha un’altra me in ostaggio. Tu in qualche modo potevi ricordarmela. Ricordare una parte di me dolorosa che ho messo nel cassetto, chiusa a chiave. Il tuo legame con [la sua città].

Ecco. Se fossi al centro di questa stanza adesso, capiresti. Qui proprio dove sto io. Se indossassi i miei passi stanti, e il mio sguardo, vedresti di fronte lo spicchio di un palazzo consumato con operai che lavorano sul tetto. Smantellano e ricuciono. Sembrano i predoni di un’arca perduta, mentre lanciano funi e le ritirano su, a petto scoperto, scottato dal sole. Le antenne delle tv sono metalliche vele che sfidano le nuvole. Si muovono lente in assenza di aria, sfinita anche ‘lei’ da questo caldo infernale. Il frinire del grillo si inserisce tra gli assoli dell’ambulanza e il russare del cane ai miei piedi. Ogni cosa è al suo posto, anche il calice vuoto che è alla mia sinistra, anche le mie dita indolenzite, la forbice in bilico sul tavolo usata per ritagliare articoli di giornale, e il file aperto sul mio pc con progetti di […] che ancora una volta rinvierò. Nel mio disordine emotivo che dà sempre alla mia vita priorità sbagliate. Sopra quel file c’è adesso questa pagina aperta in cui allungo la mano e ti ‘riafferro’. Scusa l’assenza, un anno è troppo difficile da giustificare, ma avevo bisogno di silenzio.

Forse adesso ti sarà chiaro (il frinire dei grilli, che adesso sono più d’uno, sovrasta ogni cosa) il perché non abbia più scritto. Il mio tempo con [la sua città] si è interrotto. L’ho interrotto, ma poco importa quale mano si sia adoperata all’amputazione. Non è mai del tutto semplice stabilirlo. Così in me si sono affilate nostalgie e rimpianti. In una delle pagine di ‘Si sta facendo sempre più tardi’, Tabucchi scrive: «non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo. Non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce…».

In quei rigurgiti emotivi le mie parole a te sarebbero state piene di cose che andavano oltre te, piene di domande e nostalgie che non avrei saputo stanare, né filtrare, immaginandoti in quel luogo senza frinire di grilli, senza spicchi di palazzi abbozzati sotto un cielo troppo terso. Un non luogo che ho cercato di far mio, inutilmente. Un non luogo in me. Il cordone non è definitivamente spezzato, ma ho messo distanza, quei mille e più chilometri sono scivolati via (almeno spero). Qui proprio dove sto io, ora, tu capiresti.

http://youtu.be/HRcg1ENspBw

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