Melone giallo, gazzosa e alibi

Quand’ero bambino
vissi, senza sapere,
solo per avere oggi
quella rimembranza
– Fernando Pessoa

Una dannata zecca appesa al suo collo. Sotto i polpastrelli sembra uno dei semini che si trovano dentro il melone giallo. Mi ricordano le distese gialle abbandonate al sole di Pantelleria. Il dammuso in mezzo al nulla, le notti a guardare la luna dalla piccola finestrella incorniciata da ragnatele. Ragni grossi e sottili, invisibili di giorno, come fossero alchimie prodotte dalla notte pronte a sfidare un sonno già infestato dai gemiti profondi e spettrali degli uccelli che abitano l’isola. Hiranim, l’isola degli uccelli starnazzanti, la chiamavano i Fenici.

L’odore di alcool ha riempito la stanza, e lei mi ringhia, come se le volessi fare del male. Come convincerla del contrario. [Ironie che hanno altro in bocca]. Il semino continua a succhiarle sangue, l’odore di alcool è nauseante. L’unica cosa da fare è cercare di toglierla usando la pinzetta per sopracciglia. Le mani tremano. È solo una stupida zecca in questo sabato caldissimo. Le gocce di sudore si spengono acide sui miei occhi. Se tutto fosse un po’ più facile. Ho però passato tre giorni buoni, mi dico, così mi calmo e tranquillizzo il cane. La zecca viene via con un piccolo ciuffo di peli. Mio nonno diceva sempre di controllare che ci siano tutte le ‘zampette’ e poi bruciarla assicurandosi di averla uccisa. Così la guardo sgambettare stretta tra pollice e indice. La stringo mentre la maledico. Lo scarico del bagno è l’ultimo passaggio infelice di questo rituale che in qualche modo mi riporta alle estati calde al fianco di mio nonno, circondata dai cani del quartiere di cui divenne capobranco. Lui sorseggiava la sua birra calda e io la mia gazzosa fredda seduta sul bancone degli attrezzi, con l’odore di benzina della sua cinquecento blu che si mischiava a quello dei piccoli cilindri di zolfo che metteva dentro le botti di vino rosso. Su nella soffitta c’era la mia Graziella grigia che qualcuno poi prese senza mai restituirla. Se penso a queste sottrazioni duole il petto, si gonfia con una rabbia molesta che sto cercando di spazzare via.
È solo un legame fatto di oggetti?
Mi mancano gli affetti, come se qualcuno mi avesse spezzato le dita.
Così non mi resta che respirare a boccate spesse, l’odore di alcool che brucia nel petto sarà un buon alibi.
Così, shhhhh*.

http://youtu.be/X61BVv6pLtw

*citazione distratta di una poesia di Jalāl al-Dīn Rūmī

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