Presente perpetuo (almeno per mezz’ora)

Bresson

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è stato invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrosisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà un eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

– Erri De Luca

Prego accomodatevi in questa stanza in bilico tra il freddo e i rumori di una strada in cui la vita continua fuori, oltre la finestra e me, con i suoi mugolii assenti e distratti. Non qui, la vita l’ho chiusa oltre l’iride trasparente della finestra con lentiggini di fango dimenticate dall’ultima pioggia. Sentite il vezzo dell’arrotino sbattere contro il vetro, e il venditore di pesce che parla con la signora gravida di tempo affacciata da un terzo piano anonimo, panni bianchi e blu a prendersi pioggia e freddo. Oggi ho scadenze di cui occuparmi e non c’è tempo per gli interminabili e fastidiosi trilli di whatsapp, con necessità che si sono accavallate. I codici del lavoro e quelli urbani sono cambiati, virtualizzati in questa iperconnessione che mi toglie il fiato. Il cane fa gomitoli come fosse un gatto, e mi domando sorridente di questa strana casualità. Lasciatemi passare l’aggettivo ‘strana’, dovervelo spiegare richiederebbe troppo tempo. Tempo che, oggi, non mi è concesso. Verso del vino, bianco e non rosso come il galateo dell’inverno vorrebbe, ghiacciato e stridente sul calice vuoto e assetato. Lo verso in gola e sento la lingua già anestetizzata dal piacere e dalla leggerezza di pensieri che spingo un po’ più in là, dal mio corpo. Assenze e presenze si spogliano e fanno l’amore in me. Delittuosamente compiaciuti da questo limbo in cui mi siedo e aspetto. Aspetto me e mi concedo (a me) per qualche istante. Ho due scritti ad aspettarmi con scadenza ‘domani’, ma è una parola che taglio… ecco, sì: domani. Scelgo un presente perpetuo, anche per mezz’ora. Scelgo il tappeto arancione a nodi grossi e il cane che come una bimba ha perduto i denti da latte. Scelgo di giocare con loro (la mia famiglia adesso), e tirare la bottiglia di plastica che le piace tanto. Conterò quelle sue macchie nere sul muso bianco che tanto amo, come se vi fosse tempo, tutto il tempo del mondo, per concedersi cose semplici, mentre tutto fuori sparisce e io riprendo a respirare. Una nuova vita, brindo a questa, e a ciò che ho perduto. Ciò che dolorosamente ho dovuto lasciare andare via, e a cui ritorno anche quando sono felice. Una ferita che, ‘nonostantetutto’, tarda a rimarginarsi. Bevo a te, lontana e assente. A te che mi dicesti “per me non esisti più”, al tuo “sono altrove”. Bevo al mio altrove composto e felice, al tuo estraneo e trincerato. Al mio ‘nonostantetutto’.

http://youtu.be/o2nmgIEaYUw

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