Oggi i passanti sembrano danzare

Il ricordo è una forma di incontro. – Lia Varesi

Wound Robert & Shana Parke Harrison

Sveglia alle 08.06
Rimango ancora un po’ a letto (in casa siamo solo io e la piccola pelosa – che chiamerò di fantasia Bianca per via del suo pelo)
M. mi chiama al telefono per sapere se abbiamo fatto colazione
Preparo il caffé espresso. Lo bevo, amaro, mastico distratta una fetta di pane tostato.
9.36 – Il telefono squilla. Non rispondo. Ripiego un paio di t-shirt e divido pensieri e preoccupazioni nei cassetti
Cambio di stagione. Cerco di indossare un umore nuovo. Mi sta stretto.
10.27 – Guardo fuori dalla finestra, ascolto la Follia di Corelli
Un’anziana signora dietro il vetro si trascina lenta, testa china, avvolta in un soprabito blu che svolazza
I tralci di vite che spaccano il cemento e si spingono sino alla balconata di un primo piano si piegano sotto i polpastrelli del vento.
12.26 Mi siedo davanti al pc. Mi appunto a china.

Il meteo aveva preannunciato pioggia, qualche giorno fa. Contro ogni aspettattiva ho dovuto riesumare dall’armadio una giacchettina in cotone. Il vento non è clemente con le mie voglie estive. Mi mette di cattivo umore, come se mescolasse pensieri e umori in me, stravolgendomi. Va ancora peggio quando esco a passeggio con la piccola Bianca, sospinte da questo insano prepotente mistificatore. Spinge le sue orecchie marroni leggermente maculate indietro, rendendola buffa e calva. Il suo pelo si alza a ciuffi come se avesse il manto fatto di denti di leone. E’ una pianta buffa proprio come la mia pelosetta, ha nomi stranissimi con il quale è stato ribattezzato: dente di cane, pisciacane, piscialetto, grugno di porco, ingrassaporci, insalata di porci… Chissà perché affibiare dei nomi così grossolani e canzonatori a qualcosa di così fragile e timidamente bello. Ciuffi di anemone crescono dimenticati ai lati del marciapiedi, tra cartacce e cicche su cui costruiamo il nostro percorso a zigzag.
Sembriamo due forestiere, sperdute e assenti mentre ci muoviamo nel quadrato di città in cui viviamo. Subito a casa le dico, lei alza il muso e arriciando un poco quel suo tartufo nero sembra acconsentire. La porta si richiude sui capelli scompigliati. Sento freddo. Ritorno al pc con pochissima voglia di lavorare, così mi siedo al tavolo e continuo a guardare fuori la vita che accade, muta, impregnata solo della musica che ho scelto di ascoltare (vecchie canzoni mescolate a qualche pezzo di musica barocca). In cima al mio sguardo la facciata scarna e grezza di un palazzo (non avevo notato la sua bruttezza prima di oggi). Scivolo in basso: una terrazza giardino, delle vecchie antenne ammassate in un angolo, balconi con inferriate verdi come le persiane appena ritinteggiate, stendini pieni di abiti colorati, tende parasole a strisce marroni e gialle, un cane che abbia ai passanti dal terzo piano di un appartamento anonimo, il lenzuolo con piccoli fiori gialli e arancione della vicina che ricade sulla mia testa come un sipario spezzando lo sguardo, un vaso fiorito screziato di viola e verde (troppo distante per potere distinguere di che fiori si tratti), il cartello rosso di un senso unico che spicca dietro i tralci di vite che qualcuno ha piantato in un claustrofobico ritaglio di terra, pochi centimetri davvero, sul cemento del marciapiede, le auto che sfrecciano, l’ambulanza zittita, l’anziana col soprabito blu che risale la strada (da destra verso sinistra), il vento, il silenzio, la musica, Bianca che dorme sul divano. Io… io… io… piena solo di questa eco a singhiozzi. Di tutto e niente.

13.44 Maria Pia De Vito, Danilo Rea iniziano a tinteggiare le pareti di casa con note e voce di A case of you. La porta si apre. Smetto.

https://youtu.be/r92sr9qdVVo

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