Ventuno e ventuno

(https://youtu.be/zf6HDMYnVTo)

Non so perché sia tornata qui a scrivere. La tv è collegata al pc (sono le 21.21), vediamo in streaming un telefilm francese ‘nientemale’. Setto la lingua del browser, mi infastidisce il rosso che segna ogni parola: “tedesco”, mi dice. E chissà poi per quale casualità abbia scelto proprio questa lingua. Non amo particolarmente i tedeschi soprattutto adesso, con le letture di Hannah Arendt (La banalità del male), Didi-Huberman (Immagini malgrado tutto), Susan Sontag (Davanti al dolore degli altri) che si impilano  nella mia memoria come se questo sibilo di intolleranza, verso un popolo a me sconosciuto, lo avessi maturato nel grembo di mia madre. Il terzo polmone.
Alla mia sinistra c’è un bicchiere di vino moderatamente ghiacciato, ha un sapore deciso, argilloso, proprio come piace a me. Come l’odore di pioggia nella casa al mare a cui ho dovuto dire addio recentemente, con tutti i ricordi dell’infanzia che lì costruii (e mi costruirono). Sto dicendo addio al roseto di mia nonna, alle mie bougainvillea (rachitiche e stentate, nonostante i miei sforzi e le mie lunghe chiacchierate dopo aver ceduto alla credenza ‘che le piante godano delle nostre interazioni’), alla mia sedia a dondolo davanti al camino, all’odore di pioggia, al rosso pochi istanti prima del crepuscolo che infiamma la montagna che fa da cappello alla casa, alle tegole, alle travi in legno, ai cipressi e pini secolari… al mio giardino degli aranci amari con tutti quei ricordi che affondano in quelle radici di cui sono frutto.Oggi, ora di pranzo.
La chiave ha girato nella serratura per quattro volte. Come gli esami che ho sostenuto negli ultimi giorni: tutti trenta (un paio con lode). La chiave gira quattro volte e io sorrido con il libretto universitario in mano, mentre la porta di casa si apre e quella del pianerottolo si chiude rumorosa dietro le mie spalle. Non posso fare a meno di dire ad alta voce: “… e pensare che lei mi convinse a non provarci: «se un esame dovesse andare male tu saresti schiacciata da questo fallimento e non sapresti reagire», furono pressapoco queste le sue parole. Le sue parole. Le sento ancora nella testa, talvolta. Come un ronzio stonato che non so nemmeno se sia la produzione della mia immaginazione. Su uno di quei libri che si impilano sul mio cigolante comodino (sì cigolante, non è un errore) c’è una frase: ««viviamo in un’illusione che sia il reale a mancare maggiormente, mentre la realtà è al suo culmine.» (Jean Baudrillard, Il delitto perfetto). Cos’è il reale (stasera) e dove sono io (stasera).
Non ho voglia di reale stasera. Voglio solo crogiolarmi, sbronza, nella piega di un non tempo. Uno qualsiasi. Essere malinconica, sorridente, incazzata, piagnucolante,  tracotante, indecisa, assorta, chiacchierata, indecente, silenziosa… essere tutto, tutta, tranne me stessa.
Tutto finito, dice una delle protagoniste con caschetto nero e labbra carnose. Tutto finito.
(nonostantetuttodovreiesserefelice ma qualchevoltamipiacepensareaquandononloero)

Brindo alle ferite aperte, a quelle rimarginate a morsi.
Ai vorrei che spunto sulla mia agenda come pomodori e lattughe nel carrello della spesa.
Ai timbri di voce che talvolta ricordo appena.
Al domani nonostante gli ‘orecchioni’ che il passato fa sulla mia pagina. Aperta, bianca e con qualche appunto a margine.
Brindo a me. A quella di ieri. A quella di oggi.

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