La gattara

«Perché amo gli animali? Perché io sono uno di loro. Perché io sono la cifra indecifrabile dell’erba, il panico del cervo che scappa, sono il tuo oceano grande e sono il più piccolo degli insetti. E conosco tutte le tue creature: sono perfette in questo amore che corre sulla terra per arrivare a te.»

Alda Merini

Le ho sempre guardate con fare curioso e distaccato, come se avessi di fronte un universo incomprensibile e oscuro. Lei oggi si trascina a stento, una cariatide decadente che a tratti barcolla. Eppure non dovrebbe avere più di 60 anni. Ci sono state sere in cui l’ho incontrata per strada, vestita con abiti nuovi e anche truccata, in attesa di un’amica per andare al cinema o, che so io, per un aperitivo. Ma di giorno è tutt’altra cosa (non conosco il nome e quindi potrò chiamarla solo così: Lei), con indosso abiti sdruciti e uno sguardo distratto in cerca del selciato. I felini fiutano il suo arrivo e le pattinano intorno in una danza dell’amore [anche i gatti, ammetto, di non averli mai capiti].


Oggi, indossa un maglione scuro a collo alto. Sembra un corvo a lutto, in quell’involucro nero che le azzera le forme. Ha la testa china, il volto livido, e i capelli arruffati come fosse la parrucca dismessa di un post capodanno. Non c’è divertimento o gioia però nel suo volto. Ha profonde occhiaie che le smarriscono il viso. Non ha sguardo, non ha direzione, tutto oggi in lei sembra casuale, ma soprattutto triste.
La seguo attraverso l’inquadratura suggerita dalla finestra, poi esce di scena dietro un palo del senso unico. Mi ha lasciato un senso di angoscia sibilante, come il richiamo notturno dei gatti in amore, che mi ha sempre messo brividi addosso: sembra il pianto di un neonato, diceva mia nonna. Come darle torto. Mi alzo, raggiungo la finestra e mi sporgo a destra e sinistra. Non la vedo. Strizzo gli occhi, do una carezza a Bianca che dorme accucciata sul divano. Ogni tanto scodinzola sentendo la mia voce, come se mi lanciasse baci dall’altra parte della stanza. Ma io sono lì appesa alla finestra. Mando indietro la visione, mi fermo sul volto intontito di quella donna, sulle sue labbra strette che tirano ossigeno da una sigaretta, sulle sue spalle minute e ossute, sul suo corpo sottile e piegato come un fiore dimenticato su una tomba. In quel ripercorrerla tutta mi sembra di intuire il cortocircuito di questa giornata. E’ tra le sue mani vuote che ogni cosa si svela.
Ogni giorno Lei esce di casa con file di cibo in scatola per dar da mangiare alla sua corte di gatti. Lei è una gattara, così le chiamiamo per incorniciare un amore spesso ossessionato per i randagi del quartiere. È una gattara che ama ogni sera, con passo lento e trascinato, accompagnarsi con la sua cagnetta spelacchiata di 15 anni. L’atto d’amore è in quel conquistare centimetri lentamente, allinearsi al peso dell’età e dirsi ti sono accanto. Il pelo bianco e nero è ispido e rado, quasi assente in alcuni punti. E’ vecchiotta e malandata, mi disse quella volta in cui le incrociammo con Bianca che, troppo energica e giovane, le era saltata subito addosso. Aveva cacciato un urlo, sempre compito come le trasparenze dei suoi gesti. Strinse il guinzaglio nero e lo tirò piano a sé guardando con avvilita dolcezza la sua vecchietta a quattro zampe. Oggi c’è un vuoto stretto nel pugno, un’unica cucitura nera dal cuore alla mano. Lo sguardo si china su quello spazio che ha un’ombra in meno. Vuota a trattenere assenza e dolore
si trascina nella strada in uno stordito andirivieni.

https://youtu.be/M_ciiCyxOJA

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