Rest energy

Talvolta aderiamo a qualcosa di sconosciuto, come trovare un lembo della nostra anima sul lurido marciapiede di una città in cui, in qualche altra dannata vita, siamo esistiti. Esistere oltre qualcuno, è questo l’atto rivoluzionario che alcune vite riescono a compiere.

C’era un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il mio cuore. C’erano microfoni ad amplificare i battiti del cuore, le sue accelerazioni e decelerazioni.

Questa, la scena:
Una stanza bianca.
Tu, Ulay, ed io.
Ad impugnare i lembi della morte con mano guantata, a rappresentare la fine come una divaricazione.
Tu, Ulay, compagno di una fibra della mia vita, fratello nell’arte. Si parla di più di un ventennio fa, quello che ero, eri, eravamo vent’anni fa. Sono ancora viva. Allenata alla vita quanto alla morte. Spingere il corpo, l’arte, l’esistenza fino alle estreme conseguenze. Io questo corpo l’ho tramutato in pertugio, per infilarci dentro dolore. Lasciando che il dolore mi attraversasse perchè diventasse qualcos’altro, perchè iodiventassi altro. Insieme alla carne tenace ho strappato via dalle ossa ogni macchia. Oggi ho 62 invisibili anni ed ancora progetto. C’è chi stenta a credere alla mia età numerica ed alle possibilità ancora infinite della performance art. C’era chi smetteva già negli anni ’70, io, nel 2010, ancora non smetto e già prenoto i prossimi anni.

Questa, la scena:
Una stanza bianca.
Sono rimasta io sola ad impugnare con mano guantata un arco. Non posso tenderlo, non ho braccia così lunghe, ma ancora posso puntare una freccia affilata contro il mio cuore.

E adesso compongo la chiusa, per voi che leggete. Potreste anche non accorgervene, ma voglio lo sentiate: poco prima del finale muta l’io che parla. Non è più la scrivente che fa parlare Marina Abramovic, è Marina Abramovic stessa che parla un inglese velocissimo con spiccato accento slavo, è Marina tradotta in italiano, la lingua madre della scrivente, che non sa né inglese né slavo:

«E’ tutta colpa mia. So di essere faticosissima da sopportare: P. mi chiama Duracell, perché non esaurisco mai le mie energie.»

ma ho finito per distruggere anche il nostro rapporto. Ho fatto troppo. E’ di nuovo lei, la scrivente, sovrapposta a Marina:
Questo mio cuore
ch’era il tuo palcoscenico
scricchiola
adesso che
ho portato a compimento
la meticolosa opera di distruzione di noi. 

 

 

 

 

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