Azione sentimentale: io mescolo tutto

«Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro.» – Gina Pane, Lettera a uno/a sconosciuto/a, “ArTitudes”, n. 15/17, ottobre-dicembre 197

Chi del proprio corpo è sovrano? Nel mio piccolo studio raccattato nella confusione di casa tento invano di dialogare con il corpo e tradurne gli spasmi. Ha parole strette e mute. Bisogna essere coraggiosi per versare sulla tela la propria disperazione. Un atto di fede e incoscienza. Devi dimenticarti del mondo e dei suoi sguardi. Mi chino sul foglio 2 per 2 disteso sul pavimento irregolare con acrilici e fialette di medicinali. Sono pronta a creare il mio delirio. Pisciare, vomitare, mescolare fluidi corporei a emozioni senza sentire le regole del mondo a dirti che non si può, non si deve. Siete pronti a…? Un altro sorso di vodka e poi la creazione. Vorrei che la musica riempisse ogni sordo vuoto. Il frullatore gira, la menta raccolta dal mio orto battezza il bicchiere freddo. Nessuno oserà riconoscermi. Nemmeno io che tento di dimenticarmi. Dimenarsi. Versa un altro po’ di incoscienza nel mio bicchiere amore mio.

«Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualità) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro.» – Gina Pane

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