Sangue del mio sangue

«Quando sono soli vogliono stare con gli altri, e quando sono con gli altri vogliono stare soli. Dopo tutto gli esseri umani sono così.»
– Getrude Stein

Chiamano il mio nome, ma non mi volto. Ha un suono sordo in cui non mi riconosco. Mi muovo nel giardino della casa al mare, guardo le nuvole infrangersi nel costone più alto della montagna come se si aprissero in due. Il lungo serpentone spalanca la bocca trasformandosi in drago e poi striscia veloce sulla parete nuda e pietrosa. So bene come quella parete a picco affondi i piedi nel mare cristallino dove ho imparato a nuotare da piccolissima. Se chiudo gli occhi posso anche rivedere il sorriso di mia nonna che pur di non lasciarmi sola, terrorizzata dalla mia spregiudicata energia, si immergeva nell’acqua alta aggrappandosi a uno scoglio perché non sapeva nuotare, mentre io cinquenne mi tuffavo da uno dei tanti scogli. Sento la voce roca uscire dal suo corpo gracile, che una malattia fece fuori troppo presto, «’il mio nome’, ‘il mio nome’ esci dall’acqua o ti verrà qualcosa! Mangia il panino e poi rifai il bagno». Non rientrerò in mare dopo, per quella digestione che a suo dire mi avrebbe uccisa. Sorrido di quella docile drammaticità che solo alle nonne del Sud è concessa. Il panino con l’uovo strapazzato afferrato con mani consumate dall’acqua, e addentato mentre guardo in silenzio il tramonto, è l’ultima immagine che vedo prima di riaprire gli occhi e ritornare nella pancia di oggi.
Quante cose sono cambiate da allora. Quante cose sono andate perdute. La mia casa ha qualche colonna in meno, ceduta su più punti. Un equilibrio precario in cui non è che mi sia del tutto ambientata. Una gazza atterra sul punto più alto del pino piantato dai miei avi, ed è splendida mentre si gira da una parte all’altra, una vedetta così instabile che oscilla sospinta dal vento. Ma quella giovane gazza non ha il minimo sussulto, una macchia d’inchiostro altera su un cielo che sta pian piano facendo a meno della luce.
Non ho voglia di inserirmi nelle conversazioni che si stringono intorno a me, il mio nome lo sento di tanto in tanto, straniero mentre mi chiede risposta. Ed io sorrido e faccio anche qualche battuta divertente. Tiziana scoppia a ridere e sputa l’aperitivo dai lati della bocca, nel tentativo di trattenersi. E  gli altri sorridono. E anch’io, ma è come se la scena si svolgesse fuori da me. Sono già oltre la staccionata bianca, ho aperto il cancelletto, Mowgli il più giovane dei cani mi segue, ci scambiamo silenzio. Raccolgo da terra legni, foglie secche e bellissimi fiori di melograno avvizziti, nel tentativo di renderli altro. Ho già in mente un paio di installazioni. Il mio ‘Adamo ed Eva’ è un tronco e una vecchia gruccia per abiti in legno da cui sporge un piccolo fallo in metallo. Il mio cuore di cartapesta con vene di tubo nero. Costruisco l’architettura della mia chiesa, un posto in cui non pensare a nulla, non avere nessuna pressione, dimenticarmi del circostante. E forse, chissà, ritrovare il mio nome, senza la paura che qualcuno possa pronunciarlo.

https://youtu.be/zA4kMXVr-YU

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