RIFLESSO CONFEZIONATO

Ho una storia di cui non vi dirò il titolo, dei personaggi di cui non svelerò il nome, perché si allungano nella notte e si confondono nella strada di una città che è come quella che vi ha generato, quella che vi ha ripudiato. Una città qualunque, in un posto qualunque, in cui nomi si confondono come identità che non appartengono a nessuno, lasciate, quando si è stanchi, sul ciglio ad aspettare qualcun altro. Ho l’anima indolenzita da tutte queste parole così me ne metto in bocca di altri, e sento le mascelle fare il doppio del lavoro, sapore di ruggine, sangue forse. Mi sanguina l’anima. Il sapore di voi spesso mi nausea, ma almeno faccio finta di esserci, di far parte del tumulto, che un sorriso sia davvero un sorriso e non vi sia altro. E non una smorfia di disgusto. Vertigine.

Null’altro che valga la pena di essere raccontato di me se non quello che gli altri vogliono sentirsi dire. Perché quando qualcuno ti chiede “Ciao come stai” è già passato alla domanda successiva che mastica “io” con sguardi che trapassano. Il riflesso confezionato dei ruoli, dell’apparenza. Se mai dovessi credere al suono ovattato di quella domanda ti troverai di fronte uno sguardo imbarazzato. Hai mostrato troppo, ti diranno occhi che non guardano. Hai scoperto troppo. Vedi, qui e qui, io potrei affondare le dita, infilarle dentro.

Quindi sorrido e dico: ‘sto bene, grazie, e tu?’.

https://youtu.be/g9q-Hr1nT5E

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