Ho una storia nel cassetto e un’altra nella testa

Tra le bozze di questo stesso blog e di quelle dei mie cassetti digitali, ho trovato questo incipit. Sarà stato partorito di notte e dimenticato come tanti. Cestinarlo o continuare la storia?

[Appunti a margine]  Questa è la storia di un bambino che non sappiamo se sia mai cresciuto.  Di una bici. Di un discorso incompiuto. Di una storia inutile che potrebbe facilmente non essere mai raccontata.

questa storia l’ho iniziata tante volte nella mia testa. Ho conosciuto i personaggi, mi sono seduto con loro e abbiamo chiacchierato. Alcuni, voglio dirvelo, mi stavano davvero antipatici. Altri erano insignificanti e claustrofobici, non riuscivano a stare dentro un rigo. Altri ancora davvero logorroici e in cerca di attenzione capaci di scavalcare una virgola e gettarsi con prepotenza dentro lo strappo di un’altra storia. Non riuscivo a venirne a capo. Soprattutto quando mi ritrovavo davanti un personaggio come lui, indifeso e squattrinato (riuscite a immaginarlo?). Non so ancora di che colore abbia i capelli, né se le sue mani siano affusolate e straniere (sono le mani di chi cerca sempre una fuga, impazienti e sognatrici), o magari nervose e cigolanti (come le vecchie assi di legno mugolanti sotto il peso di un passo pesante. Incapaci di attesa e silenzi. Con unghie spizzicate e pellicine mangiate ai lati). Non saprei davvero come chiamarlo, forse Luca, Manfredi, Filippo… Non che questi nomi mi convincano. Così chiudo gli occhi e passo in rassegna le facce che ho incontrato, dalla mia infanzia fin qua. Magari se chiudo gli occhi e smetto di sentire il clacson delle auto in doppia fila e mi concentro sui gargarismi della caffettiera sul fuoco, forse individuerò una faccia, la faccia di lui. E’ così che succede: improvvisamente ti ricordi il volto di un compagno di scuola che ti aveva fatto innamorare, o magari ti regalava figurine ed era carino con te mentre gli altri ti prendevano in giro; o il ragazzo che lavorava nella bottega del signor Anselmo, il biciclettaio vicino casa dei nonni. Era sempre carino (come si chiamava, dannazione! dio, un vuoto…) , gonfiava le ruote della mia graziella grigia e anche del pallone. Un giorno mi prestò un fazzoletto di stoffa rossa per ripulire il ginocchio sbucciato: «puliscilo su, altrimenti ti si infetta», me lo porse in maniera distratta, mettendo punto con un sorriso. Mentre la ruota della mia bici a testa in giù girava, come una girandola al vento. Avevo dodici anni, i brufoli, e no l’apparecchio che in questa descrizione ci starebbe a pennello non l’avevo. Lui, invece, era bello, studente fuori corso di Filosofia: occhi verdi e mascella squadrata, portava una specie di pizzetto irregolare intorno a labbra carnose, e con il suo sguardo si perdeva sempre altrove, mentre le sue dita macchiate scorrevano sulle crenatura della ruota. «Ma che pensavi di ripararla con la chewing-gum? (sorride) Abbiamo qui un piccolo Hannah Wilke… – smise per un attimo di riparare la ruota, alzò lo sguardo e mi scrutò con fare interrogativo, chinando un po’ la testa a destra e alzando il sopracciglio sinistro – Beh, magari tra qualche anno capirai di cosa parlo…», diede un colpo alla ruota che iniziò a girare. La gomma nera diventava un filo nero e sottile. Con un dito la fermò e ribaltandola mi disse: «Adesso è pronta. Puoi andare piccolo rivoluzionario». Se mi avesse dato una pacca sulla testa scompigliandomi i capelli avrebbe definitivamente compromesso il mio sviluppo sessuale. Non è il massimo, dovrete ammetterlo. Invece, preferì sorridermi e, come in uno dei più classici romanzi rosa e commedie romantiche, si scostò i capelli dalla fronte, mi sorrise e ritornò dentro la bottega con bici penzoloni come la carne in una macelleria. Era l’estate del ’93, una stagione di grandi cambiamenti e primi baci, e alla radio quel giorno davano il singolo di un gruppo inglese esordiente ‘Creep’ dei Radiohead. Lo speaker alla radio annunciò «un testo davvero deprimente. Ma questi ragazzi inglesi faranno strada…». Uscii canticchiando il motivetto (anni dopo scoprii che mi ritrovavo in alcune di quelle strofe, What the hell am I doing here? I don’t belong here). Mi portai dietro quello sguardo lungo, che non si interrompe neppure quando le palpebre sbattono decretando pausa, e ti rimane dentro anche dopo dieci pedalate e più, anche dopo aver svoltato l’angolo, fatto una ripida salita, che sia di sassi o di anni è la stessa cosa. Questo potrebbe essere uno di quegli sguardi da mettere in archivio e da affidare al mio protagonista. Chissà perché l’ho sempre immaginato maschio. Avrebbe potuto chiamarsi Mario, ora che ci penso.

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