Verrà un momento

«Tu saresti capace di piantare tutto e ricominciare la vita da capo? Di scegliere una cosa, una cosa sola ed essere fedele a quella? Riuscire a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto e che diventi tutto proprio perché la tua fedeltà che la fa diventare infinita. Ne saresti capace? Ecco ascolta se io ti dicessi…» – Guido (Marcello Mastroianni) in 8½ di Federico Fellini

Ha spento le sue prime candeline. Celesti come la consuetudine sessista impone. Palloncini ‘maschili’ che svolazzavano su una terrazza tenuta sotto scacco dal caldo. Il nonno, nella stretta morsa di una crisi di mezza età con picchi di imbarazzante machismo, decantava le doti del piccolo Andrea. Lo alzava su puntando al cielo, immaginando per lui un destino da calciatore con i colori della città. Gli uomini ridevano, le donne acconsentivano. La luna alle nostre spalle cresceva su un cielo ancora troppo imberbe. Lei dall’altra parte della terrazza mi guarda e sorride di tutto l’amore che è capace. Lei dall’altra parte di tutto. Il mio adesso con tutto ciò che si potrebbe desiderare. L’unico amore che ognuno potrebbe sperare per sè.Ma cosa è allora questo sguardo che si volta sopra la testa, e guarda oltre tutto, oltre me, oltre lei. Dove va? Cosa si chiede? Perché non posso stare salda con i miei piedi qui, in questo adesso così caldo, e pieno e reale.La mia amica stringeva al petto la sua piccola appendice, fortunatamente inconsapevole dei destini che gli attaccavano addosso. Andrea non parla ancora, emette suoni e mugoli, e non smette di sorridere. Compiaciuta in una breve maternità surrogata, mi dilettavo in facce buffe e pernacchie, perché il suo viso minacciava pioggia. Lo ho alzato al cielo, simulando un volo. E poi su e giù come uno yoyo. Mi ha versato un sorriso sulle labbra, le sue umide di saliva a causa della dentizione. Ha una finestrella con un solo dente che lo rende buffo. Eh bruuum.
Mi volto e la guardo sorridere, mi dice: facciamo un bambino?
In risposta, ho solo un sorriso smorzato, con tante parole spezzate dentro che neppure lei osa immaginare.
È davvero quello che voglio?
…cosa voglio?

https://youtu.be/WVe-9VWIcCo

«Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.» David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più

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