Do not cross the yellow line [che siate benedette]

«Soltanto a uno a uno sono presenti i giorni e momento per momento; ma tutti (i giorni) del tempo passato si presenteranno quando tu glielo ordinerai, tollereranno di essere esaminati e trattenuti a tuo piacimento.» – Seneca, De Brevitate Vitae

Io, mi pento. Ho commesso adulterio nei confronti del mio adesso. Ho valicato la linea gialla, e infranto quella regola non scritta. Ho cercato il mio passato e l’ho guardato dritto neglio occhi, dalla cortina del mio dove lontano e straniero. È iniziato tutto da un sogno, o forse è stato il sogno che si è originato dalla pancia di quanto accaduto. A questo punto non importa. Il fatto è che ho superato quella linea gialla che non dovrebbe mai essere valicata, quella che ci divide dal nostro passato.

In un libro che ho adorato (uno di quei romanzi che ci si porta appresso ovunque, avvolto dal pluriball nei vari traslochi per poi smarrirlo tra le polveri della libreria, mangiucchiato e ingiallito, diventato per spessore il doppio delle pagine. Di quelli che ogni tanto ti piace riaprire, annusare e rileggere saltando qualche frase, quelle che senti ancora appese alla pelle, come tue, un prolungamento, un’appendice che lo scrittore, la scrittrice in questo caso, ha inconsapevolmente partorito per te.) c’è scritto:

«A volte bisognerebbe sapersi tenere le cose senza un nome, come trovatelli, cose belle come avere caldo e avere freddo e potersi spogliare e potersi coprire, o lasciarle andare, perché si deve, perché si vuole, non perché non si sa come chiamarle» [Anne-Lise Grobéty, Morire in Febbraio, 1949].

Accade la stessa cosa con il nostro passato. Ne apriamo le pagine e saltando da un punto all’altro cerchiamo quello che crediamo ancora appartenerci. Il lato buono che ha divorato tutto ciò che di buono non era (come quella volta che…) Talvolta il ricordo è migliore di ciò che è realmente accaduto. A distanza di anni nessuno può essere certo di ciò che ricorda. A volte bisognerebbe sapersi tenere le cose senza un nome, come trovatelli.

Sul suo profilo facebook ho visto una foto, non ritraeva lei, ma quell’altrove di cui mi parlò tempo fa, una distanza di sicurezza con tanto di linea gialla e la sua voce straniera che mi ammoniva di stare al mio posto. Io sono altrove, mi ha detto ringhiandomi una rabbia che non lascia spazio ad altro. Schernendo ogni tentativo di contatto. L’unica volta in cui è accaduto, in cui mi sono spinta a cercarti per sapere ciò che non andava saputo. Sì certo, sono bene che sono l’unica che possa parlare. So bene di aver accettato l’amore di un’altra donna, di aver lasciato che facesse breccia, che il suo assalto d’amore avesse un lieto fine per un nuovo “noi”. So bene di averti strappato via con ferocia, la stessa che mi divorava. Non tu, non io, non più noi. E adesso quel noi lo vedo nell’intimità di uno scatto, tu che immortali il tuo “noi” compiuto sul corpo di un’altra donna.

Riconosco la stessa intimità che lei scambiò con me tante volte. Il suo raccogliermi. Sorprenderla con lo sguardo a registrarmi tutta. Mi è parso di risentire i giuramenti pelle contro pelle che mi sussurrò nelle notti in cui annegavamo l’una nell’altra. Il furente arrendersi delle nostri carni. La sete vibrante. Il primo tocco smanioso delle sue (tue) mani tra le mie gambe, quello del mio corpo sul pavimento in legno del tuo appartamento, degli umori, dei singhiozzi, del rauco mescolarsi. Come se i corpi si ripassassero a memoria anche nel tocco della prima volta. Ricordo, ricordi l’avvilimento dei nostri litigi e di corpi che avevno smesso di cercarsi smaniosi?

Lo strappo dell’assenza. Il suo nessun’altra… si è smarrito in un altro odore. E’ una foto bellissima, lo sguardo chino e imbarazzato è benedetto dal suo. Che siate benedette. Lo sterno duole. Il ricordo è deposto in quel pezzo di intimità che ho violato. Sono una ladra. Scavalco la linea guardando in avanti, come un camion che fa retromarcia in una strada buia, una vena oscura in uno bosco piegato dal vento. Non riesco a orientarmi e la paura mi sottrae a ogni pensiero. E’ pura osservazione, feticcia, maniacale scava su ogni particolare e fa di quei vuoti spazi in cui attendere.
Non ho mai creduto fino in fondo a quei giuramenti, a pelle contro pelle sul pavimento in legno, ai violenti rapimenti di carne nelle notti ansimanti, alle veneziane calate sul mio sonno mentre la mano scivola su occhi che fanno finta di riposare, ma [ossimoro] chi dopotutto non lo fa? Chi, dopotutto, lo fa? Come non si può rendere reliquia del proprio ricordare un amore così travolgente (\tirannico)? L’etimo di ricordare, dal latino recŏrdari che significa ‘serbare nel cuore’, ‘richiamare in cuore’ [il prefisso re- di movimento al contrario che indica ‘rimettere nel cuore’, ‘re’ di nuovo, addietro, ritorno; cordare da cordis «cuore»]. Il cuore sede della memoria.

Ho valicato la linea gialla e mi riporto indietro pagine che avevo scordato: le parole dei nostri giuramenti, morirò senza te, senza te, con te… «La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono».

Entrambe siamo andate avanti, consacrate ad altri corpi.
Sono nell’intercapedine dei loro corpi. Lo sguardo chino, il suo che lo benedice. Ho indossato la grammatica conosciuta del suo sguardo, e ho finalmente capito. Ho sentito il rumore sottile e impassibile dello strappo. Scrrrrrrr. Un addio che ha il sapore del bastoncino di plastica di un lecca lecca masticato troppo a lungo, schiacciato, appiattito, rosicchiato, pezzetti di plastica bianca appiccicati al labbro, rimestare frenetico, ruminoso (esiste?! dal cuore alla mente dalla mente al cuore. la pancia. l’esofago. le papille. la lingua. saliva. i denti. nausea. nausea. dolente nausea.) senza riuscire a smettere sino a consumarne del tutto ogni più piccolo residuo di quel gusto dolciastro.
Il sapore in bocca è feticcio.
Ho sempre avuto bisogno di molto più tempo rispetto agli altri. Ho digestioni emotive lentissime.
Malcom, il pesciolino rosso che ha sfidato mille e più correnti, si è accasciato sul fondo della boccia.
Scrrrrrrrrrrrrr.

[Quello che entrambe non sappiamo: presto riattraverserò la tua città, il freddo del Nord avrà un sapore differente. Registrerò nuovi ricordi tra quelle strade che faranno a meno di lei, di te, di loro, di noi. Potrò lasciarla definitivamente alla fermata del 23 dove tutto iniziò. Quando la mano scivolava sul mogano della vecchia vettura, mentre pronunciavo ‘ventitré’ sul vetro freddo della vecchia vettura. La mano scivolava sul mogano, e io perdevo ogni molecola di me in ogni molecola di te]

[calendario, manciate di 2013]

https://youtu.be/KjMKFLVMoeg

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