Quattro millimetri appena di felicità

É di quattro millimetri appena.
Chissà quando inizierà a sentirsi? Ma il barattolo di Nutella non era nel ripiano in basso? Assaggio questo raviolo cinese solo per farti piacere (il sesto). Il pane è un po’ raffermo… con un po’ di formaggio spalmabile andrà meglio.
Fai la pipì, aspetti sempre meno di quanto ci sia scritto sulla scatola
.
Quante astine? Sarà maschio o femmina? Riusciremo ad aspettare tutti questi mesi? Ma prima di metterlo nell’astuccio lo hai pulito?La ascolto e sorrido, mentre passiamo a rassegna i forum per stabilire quale sia il miglior ginecologo della città. Questa qui, o questo? Dicono sia il migliore… Questa qui la conosco è una specialista di omeosinergetica. Che?! mi risponde. Vabbè poi ti spiego, le dico. Il suo messaggio mi è arrivato stamattina con un video in cui si vede la mano di mia sorella che consegna a suo marito un astuccio con dentro il test di gravidanza. Porta la mano sul volto, gli occhi sorridono, e improvvisamente sembra più adulto. Siamo tutti frenetici.

Lei mi guarda mentre siamo ancora a letto e riceviamo la notizia. Mi alzo con gli occhi ancora socchiusi, bruciano appena per quella lacrima che non sono riuscita a trattenere. Lei sorride, mi guarda, appoggiata alla porta della cucina, mi dice che vuole un bambino da me. E’ da mesi che me lo ripete e confabula con mia madre e mia sorella. Ma fare un figlio adesso, non è il momento giusto, economicamente intendo. Forse c’è dell’altro. Nessuna delle due lo dice all’altra. Il pensiero fa troppo rumore, così inizio a elencare i motivi per i quali un figlio forse… dovrò rinunciare. Il noi ritorna in una coniugazione incerta. Le dico del donatore, come e dove trovarlo, in Italia poi, impossibile!, andare all’estero troppo dispendioso. La mia salute al momento… Quando cresce vorrei che potesse costruirsi senza rinunce, assecondare le sue inclinazioni. Come si fa?! Se aspetti troppo tempo e pianifichi pensando al fatto che non potrai mandarlo alla scuola Waldorf o una qualsiasi di quelle scuole lì… mi dice, con un tono infastidito in cui inizia a smarrirsi. Questa iperbole tenderà sempre più in alto sino a esplodere.

Litighiamo, una sciocchezza che diventa sempre più grande man mano che io mi volto, do le spalle alle sue parole, rispondo con un silenzio, metto il guinzaglio al cane, apro la porta, cammino per strada, mi fermo, mi chino e la carezzo sulla testa, andiamo al supermercato, due etti di prosciutto, sì lasci pure, no signora non morde mica, è buonissima. Che nome buffo che ha il suo cane!, chiamarla con il nome di un altro animale. Sì, ma è anche il nome della protagonista del romanzo che leggevo quando la trovammo (noi).

Che nome metterei a mio figlio? Vorrei un maschietto (si dice così, no?!). Tasca destra, tasca sinistra, le chiavi dimenticate sul tavolo. Gocce di pioggia rapide ci rimbalzano addosso, il citofono suona tre volte (non avrei voluto dimenticare le chiavi). La porta, un cigolio meccanico, che ci salva. Le passo davanti, spalle dritte. Il sospiro è l’anticamera delle parole, la fuga è interrotta. Le parole ci sfuggono. Mi dice che non sarei una buona madre, poi si corregge e dice che non lo saremmo entrambe. Si scuserà poi, ma sarà troppo tardi. Ricordi la storiella del vaso rotto, no? che se il vaso si rompe, poi anche a riuscire a rimettere tutti i pezzi insieme non si otterrà lo stesso vaso, le crepe rimarranno, le tue scuse insomma rimettono insieme i pezzi, ma ogni volta sono più sottili, fragili, frammenti di frammenti che lasceranno vuoti più profondi. Non alzo la voce, non ne ho voglia oggi, e penso che quel sole di ottobre alla finestra è sprecato, non le dico cosa penso, vado in bagno e mastico pensieri rauchi mentre preparo lo scrub alle gambe. Movimenti lenti, alzo la mano e gioco a nascondino con il sottile raggio di sole che sfida la polvere della zanzariera. Allargo le dita, le chiudo strette, e la sensazione di calore diventa man mano più intensa, la mano è serrata e sembra che piccole particelle di luce esplodano nell’aria. Rado le mie gambe, non impreco neppure quando mi taglio, in più punti, e il sangue rosso rubino forma piccole bolle rosse perfette, come la testa di uno spillo. I pensieri sono disposti come le bollette di un intero anno che attendono di essere riposte nella loro cartelletta: spese mediche, scontrini, garanzie, bollette, documenti auto. Sono una “piccola ape furibonda”, disordinata, ho castelli infilati a forza nei cassetti. Ho discorsi altisonanti rimasti appesi a una parete in attesa di una vittoriosa conclusione.

Lei parla. Cerca una qualche forma di gravità tra di noi, io sono in questa sorta di limbo fatto di silenzio e parole abortite. Non ho voglia di litigare, forse neppure mi interessa più. E pensare che ieri eravamo l’una serrata nel corpo dell’altra. Fa la buffona, è il suo modo di andare avanti. Mi corteggia con le sue parole, striduli d’amore. Io non sono come lei, ho tempi lunghissimi. Ho silenzi profondi in cui dispongo ogni cosa detta e la rivedo, fotogramma dopo l’altro, e poi indietro e avanti, avanti, pausa, indietro e… É come se ogni volta misurassi la distanza che raggiungiamo e mi chiedessi se è abbastanza. Penso tutto questo e tanto altro, mi si aprono nella mente visioni multiformi che hanno il suono del silenzio per chi mi sta intorno. Non sento il tempo in questa sorta di navicella spaziale. I miei silenzi hanno l’effetto di innervosirla. Così cambia umore, di nuovo, diventa coriacea, riprendiamo a discutere. Le dico che la gravidanza è una questione personale, lo è sempre, anche tra un uomo e una donna, non è questione di eterosessualità o omosessualità, nessuna può permettere a qualcun altro di intromettersi in una scelta simile. Lo farei anche se tu fossi un uomo, anche se tu non volessi, se mai dovessi decidermi. La mia risposta non ti piace, un passo ancora: tu a destra, io a sinistra. Scorgo ancora il lembo della tua t-shirt bianca. Fa freddo, mi dici, ti alzi chiudi la finestra e dimentichi di tornare. Respiriamo entrambe.

La maternità è la scelta tra te e i quattro millimetri di vita che gocciolano nel tuo ventre (“albume, uovo, pesce, le ere sconfinate della terra che attraversano nella tua placenta“, per dirla citando liberamente Erri De Luca). La maternità non è un atto di generosità, se non verso se stessi e la paura di scomparire, di essere dimenticati, di rimanere soli. É questo che chiediamo quando mettiamo al mondo un figlio: amami, non dimenticarmi, sii appendice, sii amo, sii me (un po’ di me: e a chi somiglierà? avrà occhi verdi, capelli biondi, amerà leggere…?).

Il telefono squilla più volte. È ancora mia sorella che qualche minuto dopo lascia il posto a mia madre. Terza tazza di caffè, e il divano diventato come Checkpoint Charlie senza sapere bene da quale parte io stia. Ha qualcosa da dichiarare su questa gravidanza? Mia madre è in fibrillazione, inizia a raccontarmi del momento in cui l’ha saputo, come l’ha saputo, cosa ha detto, cosa ha provato, cosa e come lo dirà a mio padre. A proposito stasera sarete con noi, glielo diciamo tutti a cena. Lui così emotivo da aver bisogno di paracadute e mani a sorreggerlo. Adesso parla degli indizi non colti che avrebbero potuto fare pensare che lei… visto quanto mangiava, la voglia di dolci e… non pensi?! Sono frastornata, sorrido appena, ma lei non può vedermi, se lo facesse mi verrebbe sparsa per casa a guardare ancora il pulviscolo che esplode sul palco della mano serrate e le teste di spillo rosso porpora. Tossisco per farle sentire che sono ancora lì, per farmi sentire che sono ancora lì. Sì, la cena… è tutto meraviglioso. Ci sei, sì?! non è che fai altro? Sta masticando un pezzo di formaggio, e prima che io risponda si sostituisce alla mia voce, devo andare a preparare qualcosa per pranzo. Dai giù giù, riaggancia con un ‘ciao ciao’, mentre rimprovera il cane che continua a saltarle addosso.
Ciao zia, mi dice.
Non sarà mica troppo presto?!
Metto in frigo il Ferrari, brindiamo per la notizia, poi solo Dio saprà!

Chiudo il telefono, la guardo: oggi per favore lasciami almeno questi quattro millimetri di felicità. Ognuno cerca il proprio silenzio in una stanza diversa della casa.
Il cane dorme, io leggo.
La finestra aperta, fa davvero freddo.
Mi mette una mano sulla testa, non l’ho sentita arrivare, E allora sposiamoci, mi dice.

http://www.youtube.com/watch?v=2xGrNhTDlDY

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