La tua voce. Il tempo rubato che non posso permettermi

L’anima vostra è un paesaggio singolare
che ammaliando vanno maschere e bergamaschi,
suonando il liuto, e ballando, e pare
che siano tristi sotto quelle vesti fantastiche.

Benché cantando sempre sul tono minore
l’amore vincitore e la vita opportuna,
pure non credano alla loro gioia, e s’irrora
quella loro canzone di chiaro di luna.

Del calmo chiaro di luna bello e triste,
che fa sognare dentro gli alberi gli uccelli
e gli zampilli singhiozzare d’estasi,
gli alti zampilli in mezzo al marmo snelli.

Paul Verlaine, Poesie, BUR, 1986, testo francese a fronte,
pp. 122-123, traduzione di Luciana Frezza

Tutto accadde in un chiaro di luna.
La sua voce metallica, lontana e assente. Ogni pausa arriva dritta al punto del cuore, la riconosce come se il tempo non fosse che un piccolo interstizio facilmente attraversabile. Non ricordo neppure di avere composto il numero, di aver preso in mano lo smartphone, né lo squillo prima della sua voce roca, calda, straniera. Rimango qualche secondo ancora. Lei ripete “pronto“, io affondo nei graffi di quella voce che ha ripetuto il mio nome così tante volte come fosse una preghiera e poi una maledizione, e poi un orgasmo, e poi un addio. Trattengo il respiro (se lo riconoscesse?).Guardo i polpastrelli nel tentativo di rintracciare il segno di quel gesto inconsulto. La sua voce dopo oltre quattro anni. I respiri si incastrano, e mi chiedo se in quell’attimo di esitazione abbia capito. Ma c’è tanto tempo addosso, e tante altre vite, persone, relazioni, che probabilmente non sono nella lista delle sue possibilità. E lei, tu come ci sei finita nella mia?

Chiudo. Ho sospirato prima, ed è come se quel piccolo vezzo avesse dato il via a una serie di eventi catastrofici. Nell’ordine ho sospirato, tu stavi in silenzio, ho sperato che dopo tutti questi anni di silenzio tu mai e poi mai avresti pensato a me. Così ho sospirato ancora, credo di averlo fatto più volte mentre a falcate spesse attraversavo il grande salone, tutti quelli che conoscevo erano andati via e tu non saresti apparsa all’improvviso, non ti avrei incontrata per caso tra gli ospiti come accade in quelle fottute storie da film. Film di Natale perlopiù. Non lo avevi fatto allora, non lo avresti fatto in quel momento. E io non avevo voglia di essere salvata, ma di perdermi del tutto. Ed è quello che è accaduto.

Speravo di non essere stata vista da nessuno, come se gli altri potessero sorprendermi in una fragilità che chiama a sè i fantasmi del passato. Ho solo estranei intorno e una figura sbiadita che mi ricorda vagamente me, riflessa nel bicchiere vuoto che mi trascino lungo tutta la sala. Una serata di lavoro in mezzo a centinaia di sconosciuti che amplificano questo senso di smarrimento e solitudine. Li guardo da un angolo e sento una sensazione di soffocamento.

Quella notte accadrà tutto. Accadranno persone che non ho più rivisto, sorrisi di plastica e foto con occhi spenti trovati l’indomani sul mio smartphone. Occhi che lei avrebbe riconosciuto. Poi c’è stata la strada, la notte con un caleidoscopio confuso di colori e odori, la confusione, l’assenza, il selciato, le sirene e come quella volta in cui la incontrai, un incidente. Me sul ciglio della strada e la moto addormentata sul selciato. Ho nausea, ma è un altro genere di dolore a provocarmelo.

Quella notte accadrà tutto. Anche il mio addio definitivo a lei, che poi dentro ha un sacco di scadenze rimandate.

Chiudo il passaggio definitivamente, metto mastice, sangue, ossa, saliva, e mi assento da me stessa, mi avvolgo in tutta la merda che ho nella testa e mi dico “adesso vai”. Così ritorno a casa e ti guardo e tu non lo sai, ma per la prima volta sono davvero tua. Mi spoglio tutta, tolgo ogni cosa anche i piccoli pezzi di pelle in cui la sua impronta era rimasta appesa come reliquia. Adesso, solo adesso, ti restituisco tutto l’amore che mi hai dato. E sono nuda, vergine, arresa, e puoi penetrarmi tutta e spazzare via ogni per sempre, ogni acquattata testimonianza d’altre, il mio corpo è un tubo vuoto in cui puoi scorrere e ristagnare. Adesso, sento il mio nome scandito solo dalla tua voce. Non sapevo di queste aderenze, di questo rigurgito che mi consumava silente, di questa ferita aperta che inebetiva ogni mia ribellione. La paura di un altro amore fallito. Quella notte sono morta e tu eri lì a raccogliere i cocci, a dirmi “andrà tutto bene… sei viva è questo che importa… stanotte dio mi ha salvata perché se ti fosse successo qualcosa, se fossi morta, io non ce l’avrei fatta…”. Così ho pianto tutte le lacrime affogate di questi anni e la pelle si è spaccata come zolla deserta, sei scivolata nel cretto e mi ha riempita, spingendo ogni cosa nello scolo.
Perché si ha paura della felicità?
Non posso rinunciare a questa pena d’animo che mi ha partorito, ma posso mostrartela e lasciare che ogni tanto tu possa spegnere questo dolore infermo con la tua lingua.

http://www.youtube.com/watch?v=ea2WoUtbzuw

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