Finali aperti. Prima di sognarti. Prima di cadere.

È compiuto. È concluso. È terminato.
È consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. È consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha sigillato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

Goliarda Sapienza

Scrivo parole incomplete, prendo suoni a casaccio dagli alfabeti che mi si formano davanti, mutevoli e silenziosi, chiassosi, acquattati, timidi, rivoluzionari. La musica riempie ogni buco, si mescola con la muffa alle pareti, gli angoli scrostati, la pila di libri, i vestiti dismessi, i piatti nel lavandino, le foto dell’ultima mostra sul tavolo, l’agenda scarabocchiata, un appunto scritto sulla pagina di un vecchio calendario 2015. Il cane dorme, il polso è dolorante, le allucinazioni di quel maledetto incidente non mi lasciano, addizionate a quelle di un incidente in bici, appena qualche giorno fa. Sfortuna. Ricordo le parole che qualcuno mi disse: rincorriamo la nostra sorte, anche quando fa male, e a volte quel male siamo noi, inconsciamente, a volerlo. Sei stata tu a dirmelo in un’altra vita. Smettere di esistere è un bel finale aperto, non trovi? Qualcuno non ha voluto mettere il punto nella storia, così continuo ad abbozzare intrecci, finali, rielaboro digestioni passate, ma il passato non mente, siamo noi a farlo, a rigurgitarlo tirando via quello che non ci piace. Così non mi resta che indugiare in questo letto disfatto, nuda e abbozzata con nomi che non voglio pronunciare. E abortisco credendo che la maledizione se non pronunciata possa esimere il corpo. Il cigolio del ventilatore se chiudi gli occhi sembra un vecchio aereo.

Il mio corpo è ancora lì, sul pavimento ruvido della piazza assolata, mi rivedo spanata come una vite a lungo insistita da mano che gira violenta. Ed è così che ancora mi sento. Sento. Non sento.
Sento la pelle creparsi sotto il selciato caldo. La musica di una ballata triste esplode in tutto il corpo come se d’improvviso gli auricolari fossero stati portati al massimo. Lo so non si guida la moto con la musica nelle orecchie. Mi ammonivi sempre. Ma hai mai provato a vedere le persone come improvvisi attori di una colonna sonora? Sembra che sotto lo sguardo si svolgano tanti cortometraggi. A casa ne avremmo parlato. Oggi dalla distanza delle nostre parole, ho imparato a trattenerle quelle storie, non riversandole neppure sul mio quaderno, ma cancellandole appena pensate. Intanto sono ancora lì, ferma nel rumore delle mie ossa doloranti. Eppure non sento che la musica scivolare dall’auricolare che si è staccato dal mio orecchio, dalla mia visione trasversale la vedo gocciolare e spargersi come macchia d’olio sotto la suola dei passanti che rimangono a margine. I passi veloci e stretti di una donna anziana mi sorpassano, come fossi un cumulo di foglie dimenticate, sussulto appena. I pois rossi della sua maglia sembrano palloncini pronti a staccarsi e trascinarla via. Sento la voce di un ragazzo ovattata: Come stai? Le parole escono automatiche e sincopate come le prime note di Gnossienne di Erik Satie. Ingrossano, si dilatano, un’emorragia dell’adesso che sale piano dai piedi e si contrae in me. Mi concentro sul respiro, il mio, della stanza, il frinire dei grilli, apro le braccia come se nuotassi in queste lenzuola, guardo il tetto nell’attesa che uno squarcio si apra sulla sua pancia, che buchi la prospettiva, perdendo ogni confine. E lì mi butterò per sentirmi, per sentire le astrazioni costruirsi intorno a me come un altro mondo parallelo in cui io possa esistere e scegliere senza paura.
Lei mi dice: vuoi sposarmi?
Stringo alla mano quella domanda.
Mi guardo intorno e mi chiedo: dove voglio restare?

[aggiornamento: qualche giorno dopo, di notte, nella stanza addormentata tu tornerai. Non mi ero accorta che ti eri infilata in quella emorragia. Avevi risalito la china del ricordo per tuffarti in me in quella distrazione. Il corpo arreso sul selciato ti aveva recuperato. Dove ti eri nascosta?  Avrei dovuto ignorarti, cacciarti via prima che ogni cosa si compiesse. Ancora scotto il peso di quella caduta]

youtu.be/nmCOpEUmXi8?t=36s

*frase tratta da Odissea 2001 nello Spazio, regia di Stanley Kubrick, 1968

continua Finali aperti #2: https://isoladellecorrenti.wordpress.com/2018/09/06/finali-aperti-2-cosa-e-successo-dopo/

1 commento su “Finali aperti. Prima di sognarti. Prima di cadere.”

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