Vedi, il sole declina. Inquadrature

Il vicino non ha ancora potato la siepe di alloro, un groviglio di intrecci, un dedalo di voci inascoltate che svetta nel cielo. La luce riesce comunque a spaccare ogni cosa a metà. Alla mia sinistra il quadrato verde bottiglia della siepe cerca di frenare invano le prepotenze del sole che spinge sulla sua schiena erbosa. Alla mia destra i denti stretti e arrugginiti di una ringhiera di ferro.

Taglio la scena. Lo sguardo non più timido insegue la linea d’orizzonte, sino a conquistare la metà opposta di un verde paglierino, ecco che alla destra del padre la luce si erge, esplode e delicata si inscrive su spilli di foglie dorate.

Piccole sfere di luce come frammenti di uno specchio riluccicano sulla frastagliata superficie di natura. Sincopate, assenti, sbiadite, prepotenti. Sussurrano. Flettono, riflettono. Ogni tanto il taglio inferto da una sottilissima ragnatela svezza la vista ad altro, il sottile filo rifugge l’occhio per poi riapparire miracoloso. Una ferita che si apre, il chirurgico disegnare di Buñuel.

Se l’inquadratura rimpicciolendosi nel dettaglio si muove verso me, come se facesse piccoli passi indietro attraversando i piani di questa visione, l’intuizione emotiva si sofferma sul telo steso ad asciugare su una corda che attraversa da parte a parte il terrazzino della mia abitazione.

Il suo colore smorto e anonimo viene ribattezzato.

Il mio dolore diventa analogia.

Quel drappo appare come un corpo non più indossato, riposto su quella tensione metallica, ad asciugare al sole di questo novembre e della sua estate di San Martino. Ex voto suscepto.

Appunto un’idea sul mio libretto di disegni e idee (“da verificare, aggiustare, masticare”, ho appuntato veloce su uno dei lati, come se volessi fornire un alibi al fallimento).

L’avvilimento di un corpo in agonia che invia a dio la preghiera salvifica. Dimenticarsi un attimo. Lasciarsi assorbire da questa edicola votiva in cui la luce cade orizzontale, si inginocchia sui quadrati di tessuto e d’assenza. La stessa luce che mostra le deformità di un corpo sgonfiato, avvizzito, l’inerme ‘essere stato’ di una Vergine morta esposta al Louvre. La stessa luce anima quel pesante tessuto senza nome che ora risplende sotto i fraseggi del sole.

Conto le pieghe come fosse uno spartito. Sinistra e destra, ombra e luce, c’è sempre una ferita, un interstizio che è terra di nessuno, dove le cose si mescolano e confondono. Una terra di mezzo in cui ho paura ad avanzare.

Inebetita dalla sottrazione che la luce adopera su ogni cosa, ricomincio a seguire la sua linea scriversi sulle cose che nascono fuori la finestra del mio studio. É un disegno incerto che come un organo pulsante si rimpicciolisce ed espande sino a bussare con le sue nocche diafane sul vetro che mai mi è parso così sottile e indifeso. Mi chiede di entrare, non posso. Non posso lasciare che mi ridisegni altri pensieri.

Non mi resta che attraversare la stanza, aprire la finestra, immergermi nella luce e anticiparla prima che lei arrivi a me. Riprendo il posto nella mia deposizione.

Buccia di pelle stesa ad asciugare.
Vedi, il sole declina*.

https://youtu.be/sMsLj91mI5A

*«Vedi, il sole declina», lied del compositore svedese Isaac Berg a cui si ispira l’Andante con moto di Franz Schubert

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