Gli uomini come loro

Il capannello di uomini si raccoglie proprio dietro le mie spalle. Sento il loro sussurrare, mentre parlo a un pubblico a maggioranza femminile. Gli uomini sono disposti intorno, e mi sembra singolare quella loro scelta di rimanere in piedi. Uno sguardo di disapprovazione gli accende il volto, fanno finta di essere accoglienti mentre pian piano si dispongono intorno abbracciando lo spazio, tutto, senza prendere posto. In piedi, fermi in una gerarchia visiva, tesi a guardare con sufficienza, a ridacchiare di tanto in tanto di quelle donne, professioniste, intellettuali, istruite, potenti, che parlano di cose che forse capiscono appena. Come si fa ad annientare la minaccia? Sembrano pronunciare le loro labbra diffuse in tutto il corpo.

“La tavola rotonda sui diritti a che ora è?”, mi chiede mentre esce dalla doccia prima di darmi un bacio sulla spalla e dirmi “che palle però faremo tardi”. Intanto guardo fuori, è una giornata calda, la pianta di rose che ho comprato ieri brilla al sole, e rimango a fissare la trasparenza che la luce conferisce a delle piccole foglioline sulla cima. “Arriveremo con qualche ora di ritardo, hai già avvertito che faremo il check-in qualche ora dopo? La strada da quella parte è sempre libera”. Mi guardo allo specchio, donna, quaranta anni, professionista, lesbica, in una relazione, forte, indipendente, non abbassa mai lo sguardo. Per loro, semplicemente: stronza.

Il capannello di uomini si raccoglie proprio dietro le mie spalle. Si danno buffetti, e portano la mano vicino alla bocca per nascondere parole poco gentili, quel fiato arriva ad accentare molesto ogni frase. Non intimidisce, anche se vorrebbe. Andrò a braccio, non ho scritto nulla, dopotutto la storia è quella che vivo ogni giorno in quartiere da sette anni, in cui le donne hanno una bassa scolarizzazione, nessun futuro, e un presente fatto da uno stuolo di figli cresciuti con la stessa distrazione che le ha svezzate. Così le parole si gonfiano in quel pezzo di terra dimenticato da Dio, in cui si fa fatica ad accettare il lavoro di una donna che non è solo madre, che non abbassa lo sguardo e si autodetermina è una minaccia alla loro mediocrità. Su una grossa parete dimenticata campeggia l’immagine di una giovane che allatta un bambino, con lo sguardo amorevole e le nudità coperte,  è questa l’immagine scelta a rappresentare questo piccolo rione dimenticato da Dio e dagli uomini, anche se uomini che si definiscono di Dio lo hanno fagocitato con il proprio stantio imperialismo. Il mio è mio. Il simbolo della donna fattrice, focolare materno, chioccia, madre e mai solo donna. Nausea. Lo scenario adatto, che si allunga sino alla platea in cui sono stata invitata a parlare.

Le intervenute parlano di numeri e statistiche, di machismo e condizione femminile, lo fanno sgranando numeri con la cecità di chi però guarda sempre le cose da una posizione privilegiata, inconsapevoli del luogo in cui portano parole di rivoluzione, inconsapevoli delle donne che a una manciata di metri conoscono solo la verità dipinta su quel muro, già alla nascita, già alla morte. L’assemblea delle donne è riunita, e rivedo i volti di chi nella mia adolescenza ammiravo. Sono lì in platea con parole rosse, mentre si aggiustano un completo Gucci, e sfoggiano monili e hanno parole eleganti e lontane dalle donne che intanto continuano a vivere la propria disgrazia qualche metro più in là. Dove sono le donne di cui parlate, le donne delle statistiche, delle violenze domestiche, della bassa scolarizzazione, delle gravidanze precoci e continue, le donne che vivono appena fuori da queste mura, chiedo alla platea? Siete andate in giro per il quartiere, avete parlato con loro? Avete sentito le loro storie? Di che parliamo…?! dico, aggiungo, sottolineo, sospiro. Avete conosciuto quelle donne di uomini che parlano al loro posto, che avanzando le spingono dietro le loro piccole spalle? Uomini di donne “che hanno parole di traverso in gola, come lische che preferiscono inghiottire“, e “lacrime restie che improvvisamente rompono e sgorgano“. Donne che vedi per strada acquattate nella propria miseria, dai volti che si confondono con quelli dei loro figli. Donne poco più che maggiorenni, e talvolta assai distanti da quell’età, che non hanno imparato a sognare e che non sono mai riuscite a vedersi. Sono donne piene di lacrime sconosciute e straniere che non sanno di possedere. Donne a cui chiedere, da vedere forse per la prima volta. Donne che non sanno di essere universo e possibilità. Donne a cui dover prestare la voce, per zittire quella lì in fondo, quel capannello di uomini che a ogni mia parola sorride con violenza per infastidirmi, un focolaio fastidioso dietro le mie spalle, da arginare e spegnere. E che io non sento più.

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola le rimane
di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.

Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.

Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.

Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano di libertà.

Le donne come me, Maram al-Masri, poetessa siriana

https://youtu.be/4N3N1MlvVc4

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ph. in copertina: Hannah Wilke, Super-T-Art, particolare, 1974

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