Ci siamo. Sei tornata. Ed è una lunga storia.

[…] ti scrivo lettere sbagliate
Quelle vere non toccano la carta
– Marina Cvetaeva, da Lettera a Boris Pasternak

Sei tornata. Qualche mese fa.
Era aprile, la pandemia alle porte, il cuore in subbuglio, le orecchie rompevano un silenzio lungo infinità. Sei tornata. Qualche mese fa. Era aprile. Avevo smesso di aspettarti (o forse no).

Ho letto il tuo nome sul mio display. Aggiorna. La giravolta della rotellina ha sfumato nel tuo nome. In cima alla mail, oggetto: Ci sono.
Ho fatto fatica. Tra i piani confusi di realtà ho sentito il respiro intervallarsi nel petto con lunghi periodi di pausa. Lo ammetto. In quell’apnea emotiva ho consumato il tuo nome a forza di rileggerlo. Due righe, nel tuo stile. Centodiciotto battute in cui rispondi alla mail che ti ho inviato qualche giorno fa. Come state? poche righe, dritte al punto, uno stile che forse mi appartiene un po’ di più adesso, ma che non è mai del tutto mio. Era il tuo. Il mio di indossarlo, è stato un tentativo per rassicurarti, per dirti che avevo ben chiaro il rumore del nostro ultimo addio. Una porta sbattuta e una sorta di preghiera-maledizione prima del tonfo: “possa il mio abbandono raggiungerti“. Lo avevo fatto. Il tuo abbandono, dico, mi aveva raggiunto con la tua maledizione, aveva combinato un casino. Mi ero messa nei casini, ma questa è un’altra storia.

Quando la pandemia è arrivata e il sogno non mi lasciava in pace tutto è sembrato incastrarsi in un pretesto che mi è parso credibile. Era l’ultimo servizio in Tv sui focolai della pandemia. Ho aperto il pc e cercato di mettere tutta la comprensione di quell’addio in una mail inviata dopo anni. Le parole le avevo maniacalmente editate per restringere le battute nel tuo ‘less is more’, in cui io ero stata del tutto cancellata. Pochissimi tasti solo per rassicurarti che quella lettera digitale spedita dopo tanti anni non aveva dimenticato. Nessuna pretesa di vederla tornare indietro con una risposta. La questione era archiviata, me lo ripetevo ormai da anni.
Allora, ti chiederai, perché avrei scritto al tuo silenzio?

Ecco, vedi… ho fatto un sogno, quelli a cui non hai mai creduto perché ha a che fare con le sensazioni, le coincidenze. Sappi solo che, ho rinviato finché ho potuto. Ho resistito più volte alla tentazione di scriverti, ma poi l’ultimo sogno… Era così confuso, così impellente.

Tuo padre, l’ho sognato in circostanze alquanto particolari. So che ci conoscevamo appena, eppure il ricordo delle nostre conversazioni è vivido in me, come la smorfia che faceva al mio caffè del Sud “troppo forte, oddio”, diceva mentre disponeva le carte per il Burraco.

Dunque, l’ho sognato. Con quel suo sguardo pieno e profondo di chi ti dice “accomodati pure, ho tutto il tempo di cui hai bisogno”. Questa volta era però lui a parlarmi. Una carezza leggera sul mio viso, piegava poi leggermente la testa come se volesse risollevare il mio sguardo, quello imbarazzato che conosci bene. Forse la carezza arrivava dopo. Non divago, però, in mia discolpa sappiamo entrambe che la tua famiglia è un territorio in cui non mi è mai stato concesso muovermi.

Ho sognato tuo padre, chinava appena il volto di lato per raccogliere il mio sguardo, una carezza quasi vicina al mento e sul finire di quel gesto appena soffiato mi chiedeva di te, come se io potessi averne idea. Mi chiedeva che fine avesse fatto il nostro rapporto, poi di nuovo la domanda finiva su di te. Come sta? Come stai?
La mattina prendevo le tracce di quel sogno e dopo un paio di tentativi falliti nel comporre e inviarti un messaggio, me ne dimenticavo. Volutamente. Dall’altrove in cui c’eravamo lasciate catalogare.

Ho sognato tuo padre, eravamo in cucina, era lì in piedi nei miei sogni, poi mi ha invitato a sedermi nella sua piccola cucina con il tavolo per due addossato alla parete, le piastrelle anni ’70, lo scarico per i rifiuti, la lavatrice, i barattoli disposti alla parete e quella luce diffusa e leggermente blu che filtra dal balcone poco in fondo. Ho sognato tuo padre in piedi nei miei sogni, non solo nella sua cucina. È accaduto un paio di volte, nell’ultimo era sofferente, mi sorrideva, con voce lenta e quella gentilezza che poco sapeva di Nord, mi invitava a sedermi in cucina. Mi chiedeva che fine avesse fatto il nostro rapporto, e poi, mi chiedeva di te. Come se io potessi averne idea.

Eccoci.
Sei tornata, e sono trascorsi sei anni, forse sette. Numeri che una mano non può contenere, chiedono all’altra di fare spazio. Eccoci. La mia mail, una delle tante, era stata inviata con la stessa preoccupata distrazione degli ultimi anni. Come chi lancia una moneta dentro un pozzo senza fondo e non si aspetta alcuna restituzione. Aspetti, all’inizio lo fai, pian piano l’attesa di disabitua, passi sempre più veloci, ombre che si allungano stanche su un addio che comprendi essere definitivo, e da cui non otterrai più risposte. Quella mail l’ho gettata, seppur con cura, ma con nessuna attesa, dietro le mie spalle e in quella distanza che tracciavo già con il mio corpo non mi sarei aspettata di ritrovarti.

C’è un pezzettino di storia che, ora a distanza di mesi dal nostro ritrovarci, non ti ho mai raccontato, perché è quella parte di me che ha uno strano rapporto con i sogni, le sensazioni e le coincidenze. “Uhm…” era questo che ripetevi restituendomi uno sguardo obliquo. Le coincidenze non esistono, tuonavi, brontolando. E allora noi? Quanto tempo lo siamo state?

Ho sognato tuo padre, un paio di volte, dritto nei miei sogni, eravamo seduti tra le sue domande. Al mio risveglio ero frastornata, nella mia bocca il tuo nome ritornava metallico dopo anni di mancanza. Non potevo certo dirtelo. Qualche giorno dopo il sogno era ancora lì mentre la Tv iniziava ad affollarsi con la notizia di una pandemia. Poi un giorno: “Sars-cov2 la – il nome della tua città – colpita profondamente”. La costruzione di un alibi per inviare quella breve mail. Nel mio pozzo senza fondo quella monetina si sarebbe impilata con le altre in un rumore sordo, senza rimando, presto dimenticato? Poi la notifica, il tuo indirizzo mail, il tuo nome, la tua risposta.
Dannazione.

Non mi aspettavo. Non ti aspettavo. Non mi aspettavo che mi rispondessi. Hai risposto “male” al messaggio in cui ti chiedevo “come stai?”. Tuo padre era morto, una malattia fulminante. La malattia, voce del verbo ‘non dire’. Il tuo lutto, con tutto il dolore che tu figlia di tuo padre provavi. Lo sentivo. Ho pianto. Nemmeno questo ti ho detto stretta a un silenzio in cui annaspavo.

Quando sei tornata per un attimo sei scomparsa nel foglio bianco e luminoso. Ti ho messo a fuoco e per un tempo infinito nella pagina si continuava a ripetere quel “Non stiamo bene”, il copiaincolla dei miei pensieri. Sei anni di assenza, improvvisamente arrivi con una prepotenza incredibile. Entri nella mia come se fossi stata sempre dall’altra parte della stanza, con la stessa prepotenza di quando eravamo ‘noi’, chiedi attenzioni, non vuoi che pronunci altri nomi che il tuo, non lo dici ma ti rivolgi allo stesso “amore”, nonostante il nostro corpo sia legato ad altre donne, altre relazioni.

In un momento si è aperto il cassetto con tutte le lettere che ti ho scritto in questi anni (e che forse non ti lascerò leggere mai). Mi è scoppiato sulla testa. Ora, capisci, nulla è in ordine. Tutte le parole e le lacrime custodite in questo blog, tutta una serie di domande, stanno risalendo dallo scarico della memoria, si mescolano alla tua voce metallica, alla tua alterità, a ogni dannata cosa di te da cui mi ero staccata. Eccoti, con due righe appena e centodiciotto battute, schioccate sulla mia lingua che indossa la tua voce. Provo lo stesso identico dolore che ho provato l’ultima volta. Così devo ripetermelo: “possa il mio abbandono raggiungerti”, quando mi hai detto di non ricontattarti più, di essere altrove e di avermi dimenticata.

Mi sono persa nell’intermittenza del cursore sullo schermo bianco. Cosa ti scrivo? “Stiamo male”, lo sguardo è fisso lì, su quella frase che si allunga e distende su tutto il foglio, si ingrandisce fino a fagocitarlo tutto. Guardo l’ora. Cazzo è tardi. Che poi mica la posso chiamare, mi dico. Ma poi cosa le direi… ma poi che cosa le dico. Cosa ti dico? La mano si muove come in un loop verso la tastiera per poi ritrarsi, così per quelle che sembrano migliaia di volte. Respiro. Iniziamo dal nome.

Cara Marta(ciao dall’altrove, ma questa ultima cosa non gliela scriverò)

Mentre aspetto la risposta riguardo quelle due righe. Davvero due. Sembra un telegramma. Tu, tu come sei e sembri essere rimasta. Tu, altezzosa, algida, prepotente, sicura di te sino alla nausea (sicura di trovarmi). Eccoti, ed ecco la necessaria bellezza delle piccole cose, del tuo “less is more” spiegato in due mosse. Scacco alla regina. Una partita durata sei anni. Sarà quella definitiva?

Risalgo la china delle tue parole, il tuo dolore da bambina. Ti scorgo in un angolo del foglio, mentre leggo e sento la tua voce pronunciare ogni sillaba. E questo mi stringe il petto.

Hai pronunciato il mio nome con una voce fatta di carta e assenza. Lo hai scandito con il tuo accento straniero. Stessa lingua sì, ma meridiani differenti, che ci hanno cresciute con modi diversi, anche di amare. È stato quello il problema? L’anima più a sud e l’altra più a nord?
Chi sei tu che mi guardi attraverso tutti questi anni?

Sei tornata. Eccoci.

Cara Marta,
(vorrei essere lì per poterti stringere adesso, ma questo non te lo scriverò. Mai) mi spiace così tanto leggere queste tue parole. So bene il rapporto che vi legava…

– in aggiornamento –


strange
http://www.youtube.com/watch?v=1aX8TNzn-qc

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