Imbalsamatrice di amori

“L’importante è cercare, non importa se si trova o non si trova.” Antonio Tabucchi, Per Isabel: un mandala, 2013

No, no che non ti ho dimenticata. Sul letto la sindone dei sogni precedenti. Ricordi di cosa abbiamo parlato?
Era un addio all’amore. Un vuoto profondo accorgersi che ti ho riposto in fondo alla scatola. Quasi otto anni dopo il nostro addio, la nostra carne fusa alla carne di un’altra, altro indirizzo, geografie lontanissime che non abbiamo più attraversato, parole versate su altra bocca e lingua a raccogliere un piacere che non è più nostro. Intanto fuori dalla mia finestra il sole si contrae ed espande dopo una mattina uggiosa. Prendo il mano il telefono, rileggo la conversazione di qualche settimana fa dopo il chiassoso silenzio di un telefono sbattuto in faccia. Dopo avermi detto: “come puoi amare un’altra allo stesso modo in cui hai detto di amare me“. Ho lasciato cadere la domanda passandoci sopra con altre parole. Che razza di domanda è? mi sono detta. Due donne adulte, che non si vedono da otto anni… Che razza di domanda è?! Ho tracciato il perimetro del mio appartamento come fosse un circuito automobilistico. Eh sì ti ho maledetta, ho maledetto me per averti fatta entrare, di nuovo. (Ma quando esattamente sei uscita?).

Lo specchio mi restituisce la dimensione delle cose. La mano scivola sulla fronte come per rassettare i millemila pensieri che mi passano per la testa. Non è che… mi sbarazzo subito da quell’idea assurda. Penso a come potrei dirti che in questi anni la vita è stata crudele, che dubito di Dio e dell’amore per ogni cosa, che la mia innocenza c’è qualcuno che ancora continua a masticarla.

Marta, sono una donna adulta, sono molto cambiata…“. Lei ride di rimando, mi dice che non è vero. Anche se al telefono la sua voce ha l’effetto di incalzarmi, come se ci trovassimo nella stessa stanza e lei pian piano mi spingesse all’angolo. “Per il mio passato, per la nostalgia che mi ha legato a te, per l’assenza che mi sono portata addosso” ripeto come fosse una preghiera, mentre indietreggio. Mentre avanza e mi faccio terra sotto i suoi piedi. Sprofondo nella mia poltrona girevole mid century con un vistoso taglio sul bracciolo destro da cui fuoriesce uno sbuffo di gommapiuma ingiallita. “Tu mi hai cambiata” ti soffio all’orecchio nell’ultima speranza che veda finalmente il dolore di questi anni.

Proprio adesso mentre scrivo di te a una pagina estranea alle nostre vite, mi mandi un tuo autoscatto, ti dico che il tempo non sembra essere passato (ma il tuo sorriso è triste e invecchiato). Continui a inviarmi traiettorie del tuo sguardo in questa città bianca che stai attraversando, mentre giri un altro pezzo di mondo in una prospettiva in cui esisti solo tu, ma se spostassimo di quel poco l’obiettivo vedrei la donna che ha preso il mio posto. Se spostassi l’obiettivo vedresti la donna che ha preso il tuo posto. Il suo nome non mi è concesso dirlo, quando ho provato ti sei irrigidita, anzi ti sei proprio incazzata. Lei, la mia C., rimarrà sempre la fine del nostro amore.

Isola delle Correnti, anatomia di un amore storto.

Ti ho parlato di questo blog cancellando l’indirizzo al quale trovarlo, ti ho detto che è qui che ho continuato a parlarti. Non avrei dovuto dirtelo. Hai risposto che quelle parole le avrei dovute dire a te. Non avrei dovuto mostrarti il racconto di alcune notti che pendono in queste stanze. Dio, la tua reazione chi poteva prevederla. Hai incenerito ogni cosa e io come sempre ti ho lasciato fare colpevole della colpa che continui ad attribuirmi. Eppure pensavo che ti avrebbe fatto piacere, c’è un ché di sbagliato hai detto in questa ‘stanzareliquiario’, in cui il tuo nome è stato ripetuto affinché il ricordo non invecchiasse e sbiadisse del tutto. La nostra Isola delle Correnti fa un po’ il verso all’Isola di San Giulio, non trovi? Centinaia di polaroid appese alle stanze, lo studio delle maree di Leonardo dove l’anatomia delle mie correnticontro si dispiega come in un tracciato del cuore. Infilata dentro una bolla ti difendevo dal mio addio.

Già in passato è capitato, è un vezzo di chi ama scrivere e della scrittura fa il proprio astuccio emotivo. Io dopotutto sembro distaccata da ogni cosa, nessuno immagina come sia barattolo di ricordi e dolori. Pensano sia veloce e distratta. Nessuno sa che quando un amore importante finisce lo trasformo in invenzione, lo trascino dentro pagine bianche in cui chi ho amato diventa personaggio di una storia che so già finirà. Centinaia di poesie, una serie di raccolte di racconti e anche qualche romanzo dimenticato sul fondo di un cassetto che è solo mio. Non pubblicherò mai nulla, non è mai stato questo il punto. Ho troppo rispetto per la scrittura per cedere alla velleità della scrittrice di professione.

Scriverò in cima al mio curriculum: imbalsamatrice di amori. Le mie amiche mi prendono in giro, fanno finta di sfogliare le pagine di un elenco immaginario, come se in questi anni mi fossi divertita a collezionarli, come se il mio cuore ogni volta non si fosse spezzato e non avessi lasciato a ognuna un pezzo di me. Smettere un amore non ci libera dal dolore, anche se siamo stati noi a recidere il filo. Perché ne scrivo? Non è per stravolgere la fine e trattenerti che ti ho portata qui. Non è solo per l’assenza, ma per dissezionare questo amore e non trovare alcuna traccia di ‘se‘ nel suo percorso. Avevo bisogno di scrivere quella fine che, nonostante tutto, una (sempre più piccola) parte di me ha rinviato.

Sono trascorsi anni tra di noi, il filo rosso che ci legava ha altre estremità a cui condurci. Mi ricorda gli amanti incatenati di Takeshi Kitano. Sei anni da quando sei tornata, due da quando abbiamo ricominciato a disseminarci nelle nostre vite. Non ci siamo ancora incontrate. Starti ad ascoltare mi fa venire le vertigini. Non è affatto un bene. Non sono le stesse che accompagnavano il mio sguardo la notte mentre cercavo il contatto con il tuo corpo distratto alla fine del letto. La nausea di una che non ha mai del tutto creduto al tuo amore. Dici di avermi amata, lo fai velocemente ribadendo quanto io sia meschina nel metterlo in dubbio. Continui a parlarmi del tuo perfetto rapporto equilibrato, che stai benissimo, poi punti dritto verso il mio. Ed è qui che cominciamo a litigare. Ti dico di stare al tuo posto, all’inizio sono timida come se ti dovessi sempre qualcosa e avessi un’eterna colpa da scontare nei tuoi confronti. Afferro i tuoi polsi, è questo che farei se ti avessi di fronte. Tu continui a ripetermi che ti ho tradita, me lo ripeti ogni volta che puoi prima di fare la conta dei miei errori.

A cosa serve? Ti dico, mentre mi addosso le colpe, sapendo bene che sei stata tu a rifiutarmi e io ho solo la ‘colpa’ di aver detto basta. A cosa serve, dopo otto anni, dire che forse sì… In questo posto in cui ci troviamo siamo amiche, te lo dico nel tentativo di fermare gli affondi alla mia relazione. Non siamo amiche, dannazione! mi dici ringhiando.
E allora cosa siamo? Questa domanda sappiamo entrambe che non te la farò. Rimando ogni significato al silenzio, lascio che le tue parole rimangano in superficie. Se alzano la testa le rificco giù, con forza. Dannazione. Che vuoi? Guardo il corpo imbalsamato del nostro amore fissarmi. C’è polvere per terra, tutt’intorno.

Sarà la stanchezza di questo amore che ha pozzanghere nelle nostre vita che continuiamo a litigare anche oggi a una distanza infinita da quelle donne che sembrava si sarebbero amate per sempre. Siamo entrambe nomi tra le labbra di altre, ti dico. Anche qui, nell’Isola delle Correnti, rispetto il tuo volere, non pronuncio il nome di C. per esteso, come se essendo lo spazio in cui io ci ho generate e custodite dovessi mantenere la promessa di non violarlo con il nome di lei, la mia lei. Non pronunciare il suo nome, è un ammonimento che sento ogni volta anche se non dici apertamente, come una mano ferma sul mio plesso solare. Sarà per questa concessione che tu continui ad affondare nel mio presente come se nel viverlo nel corpo di un’altra facessi un torto a te. Rimango fedele al mio amore difficile per lei. Complicato ti rispondo facendo una lunga pausa, e quando uso quella parola fai domande a raffica per stanare il mio malessere. Non ti piace quando ti dico che il mio amore è resiliente adesso, l’ho imparato a nostre spese. Non farò più l’errore che ho commesso con te, resterò anche se stringere i denti è quello che faccio il più delle volte. Tu ti arrabbi. Mi sputi addosso l’odio masticato in tutti questi anni. Il tuo non perdono ed è lì che ridi di me. Ah certo lei beneficia del mio dolore. Che bellezza! Secondo te dovrei esserne felice, augurarti il meglio?, mi rispondi. Sarebbe più facile dirti che gestisco litigi continui, che lei mi dice che cambierà quando non trovo la cura di cui ho bisogno nonostante la sua presenza continua. Sono al suo fianco, ti dico. Per amore, aggiungo, la amo e voglio trovare un punto di mediazione, mi racconto. L’ho imparato da te. Dio quanto ti incazzi quando lo dico. La voce si è alzata di qualche spanna, il telefono trema, guardo lo schermo nero sotto il riflesso del sole che picca la mia testa.

Come ci siamo finite qui? Non riesco a uscire dal vortice di parole, ed è la terza volta che faccio il giro dell’isolato mentre fuori fa caldo, lei mi aspetta per pranzo e tu urli tutti i suoni inascoltati di questi anni.
Il tuo volto infuriato mi si materializza davanti.

Sarà il caldo, ma seduta sui gradini poco distanti da casa, con le automobili che mi sfrecciano e i bambini dell’asilo in uscita che coprono qualche tua parola. L’immagine della vena sulla tua tempia che minaccia di esplodere, la rivedo livida e presente nel mio presente nostalgico e lontano. Il tuo sguardo sbattere su ogni spigolo della stanza come per ricaricarsi dell’energia elastica dell’abbandono prima di scagliarsi addosso (a me). Se avanzo crollo, quindi rimango ferma in un punto ad ascoltare la tua rabbia. Fa caldo. La tua voce si sgonfia, trema come un lenzuolo sotto le ferite dell’inverno, quello del Nord in un corpo del Sud. Di me in te. Della mia città rimandata nella tua che è stata sempre tappa e mai casa.

La palette fredda della tua città è filtrata nei pensieri, come la luce bianca ovattata tipica degli atolli del Nord, la tua collezione di temperamatite strambi come un perfetto campo di battaglia disposto sulla tua scrivania. Maniacale. Vuoi controllare anche l’ordine dei miei sentimenti? Le immagini mi piovono addosso. Hai ripreso a urlare e a schiacciarmi con le tue parole, sembro ridotta all’ombra perpendicolare sull’asfalto. Sei brava con le parole lo so bene, ma non sono più quella giovane donna che ti permetteva ogni cosa. Questo ti fa infuriare, non lo accetti, pretendi che io sia la stessa che ti ha lasciata otto anni fa. Mi pare di vederti, segnare il pavimento del tuo studio, sbuffare, contrarti e passarti la mano sulla fronte in cerca di controllo. Indosso di nuovo i panni della minaccia. Mi dici che ti faccio incazzare come poche. A un passo da te, a un passo oltre te, non riesco più a rintracciare la donna che amai. Questo, proprio questo è ciò che non volevo. Come ci siamo finite qui, mi dico. Questo, proprio questo è ciò che non volevo, mi ripeti, come se dovessi scacciarmi e apri la finestra mentre lo dici. Una folata credi possa trascinarmi via attraverso l’inquadratura del tuo studio sulla chiesa di mattoni rossi. Chiudo gli occhi e ti immagino mentre tutto questo accade. Sarà il caldo che sollecita la mente nello stream of counsciosness che mi arriva al telefono. Quindi mi accomodo col corpo madido del tuo sudore. Affondo sul divano bianco del tuo studio, guardo fuori dalla tua finestra, mi metto a contare i mattoni rossi incastrati tra gli spazi bianchi del prospetto della chiesa cinquecentesca che ti dà il buongiorno. Sono tutte immagini che hai costruito in me con i tuoi racconti di questi mesi. La tua voce è lontana, smetto di sentirti. Mi ritiro pian piano come un’ombra inghiottita dalla sera. Sono ancora nel tuo studio. Ti vedo scagliare qualcosa alla parete (anche il mio nome dannato), battere i piedi e prepararti a chiudere il telefono. Cazzo, dillo che mi hai tradita sette anni fa! è lo schiaffo altero della tua voce altera. Alterazione io sono la tua, tu la mia.

Sì. Le avrei potuto dire. No, è l’unica cosa che per varie ragioni continuerò a risponderle.

Diciassette minuti e un giorno
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Marta, se proprio vuoi, questa storia te la racconto, ma tu non la saprai mai.

Bisogna partire dal presente. La telefonata in cui tu mi chiederai, ancora una volta, conferma del tradimento di sette anni fa. La telefonata che terminerà con il mio “no”, il tuo “vaffanculo”, io che guardo il display del telefono e tu che mi bloccherai ovunque.

Da dentro a fuori e viceversa.
Io, poi, resterò poggiata al palo della luce pensandoti, mentre una Graziella grigia con un cestino rosso e un signore sulla settantina mi ruberanno un sorriso. A quel punto della storia mi starò chiedendo dove sia finita la tua anima, dove la tua libertà. Dove la donna che mi svegliava con i versi di Cicerone, Lex est recta ratio imperandi atque prohibend (La legge è il giusto criterio di comandare e di proibire), con quell’attenzione sacrale per la parola. Ogni virgola ha uno statuto, ogni punto una necessità, nulla è mai per caso nella grammatica della tua lingua. Lo trovavo così sexy, mentre ripassavi ogni parola sul mio corpo addormentato. Baciandomi come per riportarmi alla vita. Non ti dimentico, ma non riesco nemmeno a trovarti.

Marta, non posso dirti quello che vuoi disperatamente sentirti dite. Non per salvarmi, perché nessuna sarai mai salva in questa strana cosa che continua sempre a contenerci. Non posso perché non mi sento responsabile, non questa volta. Quella volta per l’esattezza il nostro addio è stato scomposto in tre notti. Ero un giocattolo rotto, che quello prima o poi smette del tutto di funzionare. Così è stato. Tu, però, questa versione non vuoi sentirla.

Quando lasci devi scontare una sorta di colpa perpetua. Nonostante gli anni, la distanza e altre donne al nostro fianco mi scagli parole esagerate che scavano e vogliono strapparmi via qualcosa. Sai che non mi muoverò oltre, non contro di te. Sconto la colpa dell’abbandono e ti lascio indugiare. Solo un altro po’ mi dico. Riconosco la rabbia verso me in quel tuo vezzo che mi batte il petto a tamburo quasi volesse sfondarlo. Dici, mi dici ancora più forte, urli usando non solo la voce, ma ogni parte di te. Le tue parole arroganti, i tuoi giudizi, sai dove colpire e lo fai con destrezza. Lo fai, ancora e ancora. Sto ferma sotto i tuoi colpi, ma questa volta ti guardo negli occhi, afferro i tuoi polsi e poi rilascio la presa. Solo un altro po’ ti dico, mi dico, ma tu sembri non volere smettere.

Poi tutto tace. Anche la tua rabbia. C’è un silenzio lunghissimo in cui mi smarrisco. Ti trovo all’angolo del telefono, sento il tuo respiro rallentare. Come puoi dire di amarla così profondamente da restare? come puoi dire di amare così tanto un’altra se hai amato me allo stesso modo? e la tua voce trema, sussurra piano, come una bimba che chiede conto di una promessa spezzata, rubata. Continui a ripetermelo, e non so perché. E cosa dovrei dirti? Sono monogama di tenerezza, non so destinarla per difetto emotivo ad altri se non la persona con cui sto. E vorrei potere adesso. Ma non mi muovo. Ti sento tremare, sto in un silenzio carico di te. Se fosse un film, se fosse un libro o uno dei tuoi meravigliosi racconti direi che il personaggio è inverosimile, suggerirei almeno una decina di soluzioni che vanno dallo “sfanculare la persona” a un finale strappalacrime in cui il personaggio dà vita a uno di quei monologhi che sarà citato da intere generazioni e che ti fa dire: “cazzo avrei voluto pensarlo io sto finale“. Qui, però, nessuno delle due cerca un felici e contente, non per noi due. Non più, “non mai”.

Il punto in cui ci siamo lasciate era un lutto, per entrambe. Il punto in cui ci siamo ritrovate è un lutto. Ci hai mai riflettuto? Non te lo dirò, ovvio. Fai fatica a respirare l’assenza di tuo padre. In questi mesi ho conosciuto più di cose di lui, di voi, che durante tutto il corso della nostra relazione. Sì, ma questo, ti ripeto – le ripeto -, non vuole dire nulla.

Il punto in cui ci siamo lasciate era una grande piazza a mezzogiorno d’estate, quando il sole è a picco e ogni cosa è abbagliata. Anche il nostro lunghissimo addio. Una mattinata senza tempo in una grandissima piazza a mezzogiorno in un agosto caldissimo siciliano. Un bianco accecante. Tu in un punto, io nell’altro. Un duello al contrario, siamo partite dal centro della piazza e pian piano ci siamo allontanate, ognuna verso il suo angolo. L’una nello sguardo dell’altra, ogni tanto ci voltavamo valutando se fosse il caso di fermarsi e invertire la gravità. Un paio di volte è successo. Il tuo sguardo mi girava intorno, le tue parole afferravano il mio labbro fino a farlo sanguinare. Poi mi allontanavi come fossi un’appestata aspettando entrambe la rivoluzione che non arrivò. Andavamo via. Ho sentito le tue urla, i tuoi no, le tu minacce. Mi maledicevi, mi allontanavi, ma con la mano sempre appesa al mio petto. Ho pensato che nessuna delle due si sarebbe lasciata andare, ma quando ti ho vista raggiungere l’angolo opposto, ho preso una scorciatoia. Perché tu, Marta, non immagini neppure quanto fosse profondo il mio amore per te. Oh come avrei avuto che fossimo dentro quelle stupide commedie romantiche che danno a Natale in Tv, la mia debolezza trash in cui mi piace affondare la domenica pomeriggio a manciate compulsive di pop-corn. Pensavo che una delle due sarebbe andata dall’altra e sguainata la spada dell’amore avrebbe fagocitato la distanza come i fantasmini del Pac-man. Nessuna delle due è un’eroina in questa storia che urlerà Vivian sotto il mio balcone, o il tuo.

Le cose sono andate come la vita.
http://www.youtube.com/watch?v=qu577tNp1hA

Tu che piangevi all’aeroporto, io che con il cuore rotto decidevo di andare. Io con lo sguardo appeso alla nebbia fuori dal tuo balcone che avrei aspettato invano un tuo “rimani”. Quando è arrivato, al tornello di Milano Malpensa, l’ho digerito con il mio orgoglio, non è abbastanza mi sono detta, ho ignorato le tue lacrime (così hai creduto). Sono andata via. In un rimpallo continuo in cui non riuscivamo a scegliersi. Ancora un altro aereo, distanze che si sommavano a distanze che si sommavano a distanze che erano ormai noi. L’incontro con lei è stato casuale, una casualità a cui abbiamo contribuito entrambe.

Se proprio vuoi saperlo. Anche se non lo saprai.
http://www.youtube.com/watch?v=fKB1ba03qiA

Marta. Dobbiamo tornare al 20 marzo di otto anni fa. Non conservo la data dentro un barattolo, ma non posso dimenticarla per tante ragioni. La sera in cui ho accettato l’invito a casa sua, dopo settimane in cui sono sfuggita a ogni suo tentativo di stare sole. Un gentile assedio di amore che ho evitato in ogni modo. Non sapevo scavasse come la goccia nella pietra. Ma poi ho deciso (consapevolmente, volutamente) di valicare quell’oltre in cui nessuna delle avrebbe perdonata l’altra.

Quella sera ho giocato al gioco del destino, ti ho chiamata qualche istante prima di arrivare a casa sua. Ho aspettato che mi rispondessi. Anche se non sai ancora oggi il significato di quella tua telefonata in cui avevo messo ogni parte di me. Dopo una doccia lenta, chiavi nella porta, l’ascensore, il cd dal cruscotto, il trucco rifinito attraverso lo specchietto. Mi sono fermata alla pompa di benzina. Le luci al neon hanno reso tutto più allucinato. Ho composto il tuo numero e ti ho chiamato. Erano le 22 dovevi essere ancora sveglia. Ti ho chiamata. Sono scivolata attraverso gli squilli, sono gocciolata attraverso lo schermo del tuo telefono, immaginando il tuo sguardo fissare il mio nome lampeggiare nell’oscurità della tua casa lontana. Milano fuori dalla tua finestra pioveva sul 23 di legno che spesso prendevo solo per godermi il suo abbigliamento antico attraversare una città veloce e distratta. Rispondimi, rispondimi, ti prego, rispondimi… Te l’ho urlato alle orecchie, ti ho afferrato le spalle, ti ho pregata. Ma ero già un fantasma. E tu non hai risposto. E io ho ingranato la marcia, ho svoltato alla traversa successiva, ho posteggiato, ho preso la bottiglia di vino. E lei era fuori dalla porta ad aspettarmi. E io ho attraversato la strada lentamente. E le ho sorriso.

Ho giocato al gioco del destino, hai presente? Quando ero piccola se ero indecisa nel fare una cosa (che in fondo sapevo non essere totalmente giusta) facevo una scommessa col destino affidando a qualche strano segno la concessione o meno nel farla. Per esempio, mi dicevo se riesco a raggiungere il cancelletto di casa della nonna prima che lei esca sul terrazzo, lo farò; se la prossima persona che entra dal portone mi saluta, non lo faccio.

Se mi richiami entro cinque minuti torno indietro.

L’auto è rimasta ferma per diciassette minuti. Pensi possano bastare? Mi dicevo sistemandomi il rossetto, ripassando il numero delle mie dita con tracce di smalto nero sul pollice. Perché non riesco mai ad aspettare che si asciughino del tutto? Il mio anulare sinistro ha pelucchi attaccati su uno strato pasticciato di nero sul quadrato della mia unghia. Cazzo. Sbatto le mani così forte sul volante, la luce al neon del distribuire non lascia scampo alla mia disperazione, il benzinaio si è avvicinato e mi ha chiesto se stessi bene. Dalla mia bolla non esce voce, mimo velocemente un “va tutto bene, grazie” mentre muovo la mano davanti al mio volto come se lo salutassi per tranquillizzarlo. Sono in apnea, dentro la mia auto ferma ad aspettare il destino che non arriva.

Hai mai giocato al destino? Diciassette minuti dopo, avevamo perso a quel gioco. Il motore non ha mai smesso di girare, dovevano essere cinque minuti, il tempo massimo stabilito. Ne ho aspettati dodici in più. Ho asciugato la lacrima e l’ho portata in bocca. Diciannove minuti dopo parcheggiavo davanti casa sua, mi guardavo per l’ultima volta nello specchietto retrovisore, ripassavo i miei vestiti a memoria. Il vino in una mano. Il collo si è mosso in una esse lenta da su a giù, gli occhi chiusi pronta a raccogliere le forme di un’altra donna. Forse il destino arriverà, mi sono ripetuta a ogni passo verso lei. Forse davvero se tu mi avessi chiamato, l’avrei semplicemente salutata e sarei andata via. Ma credo al destino, lei oggi è il mio destino.

Quella sera. I diciannove minuti hanno avuto diverse proroghe. Ho indugiato nel buio di una strada nuova. Ho giocato col terzo bottone della mia camicia, abbottonandolo e sbottonandolo. Si intravedere l’intimo nero. Lei non è qui. Lo riapro. Lei non è qui. Lo richiudo. Lei non è qui. Gli occhi fanno lo stesso. Il piede sinistro ha raggiunto il marciapiede, il tacco stava per cedere a sinistra, il piede destro segue la vertigine, il corpo fa una torsione dolorosa verso l’esterno notte. Esco dall’auto, e la primavera non è mi è mai parsa così fredda come questa notte. Sporgo lo sguardo e la vedo, l’altra da te, aspettarmi sul ciglio della strada davanti la porta dell’edificio in cui abita. Sorride, mi perdo nell’imbarazzo della prima volta, sorrido di rimando e chino lo sguardo mentre la raggiungo come se fosse la prima volta di tutto.

Tremo, la paura di lasciarti andare via diventa sostanza mentre attraverso la strada e la raggiungo, mentre in silenzio sussurro “se la raggiungo, sarà un punto di non ritorno”. Così quando ho lasciato che mi lasciasse un bacio appena soffiato sulle mie guance accaldate, sfiorando l’angolo delle mie labbra, soffermandosi quel tanto in cui i respiri entrano in contatto e gli odori della pelle non sono più sconosciuti. Così quando ho lasciato che sfiorasse il dorso delle mie mani per tutto il tempo del vino, del film, della cena vegana che aveva preparato per me. Così quando ho lasciato che la notte trascorresse e il giorno ci cogliesse insieme in una vicinanza che ho duramente limitato. La linea gialla era però calpestata, nonostante l’assenza di baci, di sesso, quella notte era accaduto qualcosa di ancora più pericoloso. Avevo aperto in me una possibilità.

21 Marzo. Il secondo giorno del mio addio a te successe tutto. Tornai in quella strada, lei era di nuovo lì ad accogliermi, la sua casa era preparata a festa per me, le sue attenzioni mi coglievano tutta, si intrufolava in ogni spazio e il suo sguardo non mi lasciava il tempo, era profondo, sicuro (in maniera diversa dal tuo), attento a ogni parte di me senza lasciarne briciole. Lasciai che facesse stupide cose romantiche per me, come lo spazzolino nuovo appoggiato al suo, la colazione con i fiori appena raccolti, la condivisione di ogni parte di lei con me. Lei era affamata. Era ostinata, non mi aveva lasciato andare, nonostante sapesse di te. Nonostante le avessi più volte detto di non essere interessata. Io che ero un tardigrado girato su stesso. Ha preso la sua mano e l’ha avvolta intorno al mio pugno chiuso. Ho sentito calma, per la prima volta dopo molto tempo.

Quel secondo giorno per noi invece fu infernale, tra litigi che spingevano dove non dovevano. Tu mi ripetevi: sei distante. Ed era vero. Afferrandomi a tutto, anche alla possibilità di dirti tutto, ti chiesi ancora incurante del mio dolore e della tua rabbia: “andiamo a vivere insieme, sono stanca di questa distanza”. Non c’è mai stato il lieto fine. Neanche quei tre giorni di un lungo addio che tu hai vissuto inconsapevolmente. Quel secondo giorno trascorse però tra urla e distanze. Mi scavavo intorno un recinto di sabbia, mi abbassavo per non guardarti. Non lasciarmi andare, ti dicevo, balbettando in silenzio spaventata dal tuo ennesimo no. Marta afferrami.

Dimmi che mi vuoi. Ti dissi, non ce la faccio a vivere così, in una vita rinviata al telefono, al prossimo biglietto aereo, a te senza me e me senza te quando qualcosa accade nelle nostre vite. Tu chiedevi senza voler dire, facevi gargarismi nel mio petto. Cosa dannazione vuoi da me, ti chiedevo. Annusavi la mia distanza, mi accusavi di essere lontana, ma non mi volevi vicino. Mi hai chiamata minaccia, il tuo dito tra i nostri corpi perpendicolari. Tu-sei-una-minaccia-non-voglio-cadere-nella-tua-gravità-nel-tuo-dolore. Dolore è quello che batte nel mio e nel tuo cuore a ritmi differenti e geografie opposte.

Il secondo giorno. Sul rumore dell’ennesimo litigio afferro il giubbotto, il display si spegne quando chiamo l’ascensore. Decido di fermarmi al piano sotto, non riesco a sopportare il tempo che impiegherei a raggiungere il piano terra guardandomi nello specchio che mi sta di fronte. Affrontavamo il secondo giorno dell’addio, tu non lo sapevi. Non volevi ascoltarlo. Fu lunghissimo e inatteso. La linea gialla è stata attraversata del tutto. Do not cross the yellow line. Quanto avrei voluto essere la tua eccezione in quel gioco del destino.

Il terzo giorno è stato l’ultimo. Tu hai aspettato il terzo giorno di un anno di distanze per venire sotto il mio balcone e urlare. Il display del mio cellulare si è illuminato, il tuo nome, la tua suoneria She loves you dei Beatles. Aspetti un tempo infinito. Sto per non rispondere, leggo il messaggio in cui mi chiedi per la prima volta di fare una videochiamata in cui sarà presente anche tuo padre. Metto da parte lo specchio e i trucchi per aggiungere colore e sfumature al mio corpo perpendicolare. Balbetto in silenzio mentre avvio la chiamata, non sapendo bene cosa fare. Tuo padre ti chiede perché non ti accompagnerò nel tuo viaggio a New York. Mi pare il déjà-vu di un altro amore. Rinvio i ricordi di un altro fallimento, cerco di essere simpatica, la mano sotto intanto afferra la carne della mia coscia e la stringe come se non avessi più consistenza. Ti guardo mentre qualche pixel rimane in attesa sullo schermo e scompone la tua immagine che io amo tutta, anche adesso mentre riesco a sostenere appena il peso del tuo sguardo fiero ( di noi?! possibile?!). Di me che ho l’odore di un’altra donna addosso. Diciassette minuti, e poi ancora una notte, e tu arrivi il terzo giorno. E’ una scena assurda, grottesca quasi. Vorrei urlare e invece sorrido, quante volte avrei voluto vivere questa situazione? Perché adesso, diciassette minuti un giorno dopo. Era quello il tempo del gioco, tu come al solito hai voluto stravolgere le regole. La linea gialla, io però l’avevo già attraversata.

Sento il tuo sguardo, lo evito mentre sorrido a tuo padre, rispondo alle sue domande anche se il loro contenuto si dilata. Dovrei andare, lei sa che sarei uscita quella sera. Lei non sa dove andrò. Lei lo sente. Non stiamo più insieme, ripeto quello che lei da sei mesi continua a ripetermi pur non rinunciando a me. Un gioco al massacro in cui sono stata per un po’. Con il dolore di un lutto che mi ha fatto a pezzi, mentre mi ripeteva “è affar tuo”. Guardo l’ora, stringo la carne, perché so che ieri, il secondo dei giorni, la carne ha ceduto, ma anche il cuore.

Qualche giorno dopo ci saremmo perse per sempre. Tu non vorrai più sentirmi, anche se non risponderò alle tue domande, tu costruirai il tuo addio definitivo su un sospetto che ancora oggi galleggia sopra le nostre teste. Sarai crudele, come dici lo sono stata io. Una fine che durerà cinque estati e un inverno, poi ci troveremo in una coincidenza. Io, tu non lo sai, continuerò a giocare con il destino. Talvolta vinco, talvolta perdo.

Due anni dopo (i sei)

Cliclk. Il suono del mare ti è sempre piaciuto. Non sarà il contenuto del mio messaggio è solo un pensiero privato. Apre il tempo ai ricordi.
Come quella volta in cui mi bagnai scarpe e pantaloni
per registrare il movimento delle onde e il rumore del mare
Quella mattina mi dicesti del tuo inverno gelato che sbiadiva la vista dei grattacieli, del rumore delle foglie quando attraversi la via per raggiungere il tuo studio in centro a – omissis -. Me lo dicesti una mattina che ti mancava la spiaggia, che avevi dei soldi da parte per scegliere un posto in cui rifugiarsi e passeggiare. Quel messaggio arrivò sul palmo della casualità, anche se non vuoi ammetterlo continuano a capitare tra noi. Ogni volta che ti sogno tu l’indomani mi scrivi, o pochi giorni dopo anche dopo settimane di silenzio. Anche quel giorno il tuo messaggio arrivò come una casualità, mentre visitavo una casa con una terrazza sul mare. Ci muovevamo tra le stanze di quell’abitazione ognuno con la sua attenzione ai particolari, mia madre e la mia compagna ascoltavano l’agente immobiliare. Il suo dopobarba insopportabile, i capelli scolpiti come il sorriso, entrambi sgradevoli. Posso? Ma avevo già spalancato la porta del terrazzo e i miei occhi si aprivano su un Golfo che risplendeva sotto la luce di mezzogiorno. L’odore del mare ha pizzicato le mie narici. Non ho potuto che ripensare alle tue parole. Una piccola coincidenza, e farei così per chiunque, per ogni amica… poco dopo eravamo in spiaggia. Un piccolo granchio risaliva la roccia umida, poco più distante una piccola conca in cui piccole onde si infrangevano riproducendo un suono delicato che si mescolava a quella della sabbia rocciosa della battigia. Ho preso lo smartphone e appartata dalle esistenze intorno ti ho dedicato una parentesi nel mio oggi straniero a te che continui a girarmi intorno con malcelata rabbia. Il suono del mio mare, della terra straniera che non ci ha volute, che non mi ha lasciata andare. Io Telleena, il nome che tu mi hai dato, in cui per un po’ io sono nata e sono stata custodita.

L’ultima onda contro.
Questa è la fine.

Cara Marta, questa come sappiamo non è una commedia romantica, e se fosse un film sarebbe una di quelle storie lesbiche sfigate, non so perché il cinema destina all’amore tra donne una fine pessima . Nessuna delle due ha una malattia mortale, nessuna delle due muore se non nell’amore che abbiamo vissuto con fame e disperazione. Un amore pieno, di notti insonni e dediche. Di sesso sfrenato e violento e dolce e accogliente. E cura. E amore. E amore. E amore. Vibra, il mio corpo vibra sotto il ricordo. Sento le assi di legno del tuo pavimento scricchiolare sotto la mia schiena la prima volta in cui ci incontrammo. Ti mostravo delle foto che avevo scattato, un mio regalo. Tu me le strappasti di mano, mi spingesti tutte le parole dentro il mio corpo, per poi raccoglierle goccia dopo goccia. Come due adolescenti non più adolescenti ci sbarazzavamo di tutta l’attesa con una fame inaudita. Ti intrufolasti nel mio abito di cui non riuscii a liberarmi del tutto mentre ripetevi i tuoi affondi. Io vibravo, come non avevo mai fatto. Con nessuna. Bastava una tua carezza, la tua mano sul volto, per sentire la pelle rivoltarsi e l’anima venire fuori per lasciare che tu te ne cibassi. Ricordo ancora le ore ad ascoltarti mentre mi accarezzavi i capelli e leggevi Cicerone. Ricordo la tua voce, la tua voce, e le tue mani intonare canzoni per me, solo per me. E la mia ruggire strozzata solo per te. Dentro la doccia, Appoggiate sul muro. Nel sottoscala di un antico palazzo in rovina, in cui ti trascinai una notte ebbra dopo aver visto un film nella piazza della mia città. Eri gelosa di me mentre scherzavo con altri mangiando patatine che si scambiavamo tra sconosciuti. Una notte folle. Il tuo sguardo folle. Ero pazza. Ti trascinai oltre quel portone di legno maestoso, ti spinsi dentro il buio di quel palazzo e portai la tua mano in me. E ti respirai il mio abbandono all’orecchio. Shhh dicevi, ci sentiranno. Ma non sono mai stata cauta, ti dicevo mentre mi muovevo sul pentagramma del tuo corpo, come una marea, inseguendo il tuo e il mio piacere. Cadevo in tutto il tuo corpo divorandolo d’amore.

Questa cara Marta non è una di quelle storie che entrambe amiamo scrivere. Questa, Marta, è una stazione in cui ci sediamo a prendere un caffè, con la scritta “qualche anno dopo”. In verità, non ci siamo ancora incontrate. Da quella proposta assurda in cui mi hai chiesto di trascorrere dei giorni insieme dopo sei anni di distanza. Una richiesta che non potevo accogliere, nonostante abbia più volte pensato che avrei voluto, ma la mia vita meritava scelte differenti con i suoi legami precari che non avrebbero potuto reggere un colpo. Nessuna delle due pensava a un ritorno, questo lo so bene, ma… vedersi dopo sei anni, per tre giorni, da sole non avrebbe portato a nulla di buono. Sia perché dissotterrare sarebbe stato un giorno al massacro e poi di quelle macerie non so proprio cosa avremmo dovuto farcene. Non hai accettato nulla di quello che ti ho detto, nessuna spiegazione, come se dovessi dimostrarti la mia lealtà contro un amore che è mio da sei anni e ha un altro nome che non è il tuo. Un’insopportabile richiesta, mentre mi sventoli l’equilibrio del tuo. E te lo lascio fare. Ma dico di no, alle tue richieste. Sono trascorsi già due anni. Ci parliamo di tanto in tanto. Per un paio di mesi abbiamo smesso di farlo, colpa di una pandemia che ci ha resi tutti un po’ più folli. Poi ci siamo ritrovate come se nulla fosse accaduto. Rivoluzionate ancora una volta. Tu più assente e sbiadita, non riusciamo ad afferrarci. Fa male, te lo vorrei dire, mi piacerebbe potere parlare come un tempo, come se il tempo stesso non esistesse e ci sorprendesse di giorno esauste, con te che mi dai il buongiorno mentre ancora dormo dall’altra parte della telefonata e tu maledici l’ennesimo ritardo a una riunione con investitori esteri.

Cara Marta, oggi mi hai inviato una tua foto. Sorrido. Non so mai cosa risponderti, così uso quelle odiose emoji. Chissà se riusciremo a incontrarci. Chissà se riusciremo a vederci e riconoscere quella parte di noi che ci appartiene, nonostante tutto.

Cara Marta, oggi finisce l’onda contro qui dove è iniziata, dove Telleena è nata. Ha lasciato lo scoglio, ha riconquistato la riva. Questo è l’ultimo atto di un amore storto, con tempi e personaggi sbagliati. Forse se qualcun’altra lo avesse vissuto al posto nostro senza tutti i dolori, le perdite e le ripicche, sarebbe stato un amore da favola. Di quelli che vedi all’inizio di Harry, ti presento Sally. Come una stupida commedia romantica di Natale, come lo sbuffo di pop-corn che cade sul divano e il cane raccoglie furtivo. Come me quando non avevo altra religione che il tuo corpo.

Cara Marta.
Io, in fondo, continuo a sperare che un giorno davvero ci incontreremo. Forse solo allora farò ritorno in questa Isola delle Correnti per sapere cosa di Marta e Telleena sarà stato dopo tutte queste onde contro.
Fine.

www.youtube.com/watch?v=o-M3ki_GGNw

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immagine in copertina: Giuseppe Penone, Svolgere la propria pelle, 1970

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7 pensieri riguardo “Imbalsamatrice di amori”

  1. Wow.
    Letto d’un fiato così come, presumo, scritto d’un fiato.
    Non credo sia letteratura nel senso di costruzione letteraria, quindi più precisamente non credo sia solo letteratura. Poi, la letteratura senza anima è una stoltezza superflua. Di anima (e di pelle e di brividi) qui ne abbiamo a iosa. Grazie.
    Citi tu i flussi di coscienza: adoro quel modo di scrivere. No. Di rappresentarsi. Quello della Woolf. Tu qui reggi quel ritmo così intenso per diverse pagine e ti mostri in una nudità eloquente.
    “C’è polvere per terra, tutt’intorno”: dissemini molte cose così dappertutto e sei bravissima, convincente, avvincente.
    Se posso prescindere dal dolore di cui questo testo è fatto, se posso leggerlo come un lettore, devo dire che piace moltissimo come tu l’abbia potuto costruire con una spontaneità composta da pezzi del tuo intimo e da pezzi della tua mente.
    Molto bello, accidenti.
    Ma non è certo questo il punto, perché non è letteratura. Un saluto colmo di tenerezza. Ciao.

    1. Grazie Judy leggo solo ora, le mie correnti non mi portano sempre qui. A volte arrivo e scrivo come hai detto tu presa dal flusso, che genera anomalie narrative. Io lo sono. Ma è bellissimo quello che mi scrivi, qualcosa che mi fascio al polso e mi porto nel mio reale.
      Perché pensi che non sia letteratura? Marta esiste, ma solo a metà e non è mai meta. Lo è forse Telleena la sua emorrogia d’amore. Forse potrei dire che è un discorso sull’amore, la somma di tanti amori e di tante partenze.
      Un frammento di un discorso amoroso, prendendo in prestito le parole di Roland Barthes: “Nel languore amoroso qualcosa se ne va, senza fine; è come se il desiderio non fosse nient’altro che questa emorragia. La fatica amorosa è questo: una fame amorosa che non viene saziata, un amore che rimane aperto.”.

      1. Quello che dici è bello. Usavo il termine “letteratura” in senso riduttivo, di parole che reiterano estetica e retorica quasi possano essere fine a se stesse. Ma, appunto: tu nonfa letteratura, non quella letteratura: nelle tue parole c’è il respiro di una vita effettiva.

      2. Che cosa altrettanto bella mi hai lasciato qui ad accogliermi. Soprattutto perché le tue parole, le tue restituzioni mi tengono spesso compagnia. Quindi è un onore adesso vedere le tue parole accostate alle mie. Che ti giunga il mio grazie non solo dal mondo capovolto, dalla mia isola, ma anche da questo atollo chiamato vita reale in cui mi destreggio. Buona giornata Judy

  2. L’importante è cercare, non importa se si trova o non si trova.” Antonio Tabucchi.
    Perdonami, dimenticavo: l’epigrafe è una presa in giro, è del tutto falsa. Cercare senza trovare è delirio, è tortura. Appunto.
    Magari (o spesso) non si trova, ma è per quello che si cerca. Non per girare a vuoto come un pesce rosso in una boccia.

    1. “Cercare senza trovare è delirio, è tortura. Appunto.”, tremendamente vero, ma non è quello che ci accade? Il pesce rosso dimentica, la scrittura riesuma, mastica e ridispone sull’epidermide creando piccole ferite.

      1. Sì. E, scusa, reitero: la ferita maggiore è non vedere una strada, non trovarla. Eppure per quella strada (la mia, la tua, le nostre) siamo fatti. Tutti gli uomini. O, come usa odiosamente dire adesso ricreando formalismi che mi sembrano cretini: “Tutte le donne e tutti gli uomini”. Tutti. Per cercare e trovare quelle strade (che grazie a Dio esistono) tutti noi siami fatti.

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