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La lettera d’amore di Franz Kafka a Felice Bauer

Tracey Emin«Siamo dunque alla fine, Felice, con codesto silenzio mi congedi e tronchi la mia speranza nell’unica felicità che mi sia possibile su questa terra. Ma perché codesto terribile silenzio, perché nessuna parola schietta, perché ti tormenti da settimane per me, visibilmente, in modo così evidente? Questa non è più compassione da parte tua, perché se fossi per te l’uomo più estraneo, avresti pur dovuto vedere quanto soffro di questa incertezza, al punto che talvolta perdo il lume della ragione, e non può essere compassione quella che termina con tale silenzio. La natura procede per la sua strada, non c’è rimedio, quanto più ti conoscevo, tanto più ti amavo, quanto più conoscevi me, tanto più ti sono diventato insopportabile. Continua a leggere La lettera d’amore di Franz Kafka a Felice Bauer

Il mio ultimo regalo a te. Me senza me.

Distortion - André Kertész
Distortion – André Kertész

Sono di nuovo qui, ho slegato il filo stretto sulla scatola su cui ho inciso il tuo nome. Il sottotitolo continua a restare il mio, sbiadito e assente sotto il peso del tuo. Le parole non sono mai scelte per caso. Ci sono parole che ci appartengono, parole che ti appartengono e che non pronuncerò più. Ci sono parole come filo, manine, topina, milano, kate bush, gravità, chilometri, solo tua, scopami, tu, io, stiamo insieme, curami, prendimi… Ci sono parole, le più stupide, le più necessarie, che la lingua non articolerà più nella bocca. Ed è una già sconfitta, questa grammatica assente che ti restituisco adesso. Ed è già una menzogna quella che il linguaggio (mio) ha imparato, e le mani (sebbene talvolta si ‘muovano a vuoto’ sulle linee immaginarie del tuo corpo assente, in spasmi che non riesco a controllare). Sono gli altri a credere alla menzogna, sono gli altri a volerlo credere, perché così è più comodo. Mi chiedono, ma in realtà non lo fanno, non sono  interessati alla risposta. Non alla verità. Mi guardano, ma in realtà non mi vedono. E preferiscono credere che sì, sia difficile, ma che io stia meglio. I miei occhi però non hanno imparato quella menzogna, sarà per questo che evitano il mio sguardo. Lo evito anch’io, distrattamente davanti lo specchio sistemo le ciocche ribelli e osservo il mio nuovo taglio. Distrattamente ignoro i nasi dei miei occhi cedere alla gravità (gravità…). Fanno male le attenzioni ancor più della solitudine. Non busserò più alla tua porta e tu, tu non lo farai. Lo abbiamo deciso sbattendoci in faccia il primo (l’ultimo, quello lungo e perpetuo) silenzio, quasi un mese fa. Quasi un mese fa. Ma ero gocciolata lenta da te, da oltre un anno. Ho imballato i se e i ma con quella carta trasparente da imballaggio che mia sorella ama far scoppiare con le sue dita impazienti. Ho fasciato al corpo di quei se-ma strati e strati di carta, per tenerli in fondo a quella scatola, e zittirne i chiacchiericci. Continua a leggere Il mio ultimo regalo a te. Me senza me.