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I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

Come un foglio bianco mi accartoccio e lascio trascinare via, la strada mi scriverà qualcosa addosso. Calpestata da un viandate, tirata con un calcio da una bimabana dalle trecce rosse, annusata da un cane al guinzaglio, trasformata in una barchetta di carta o un cappellino proprio come faceva mia nonna. E poi quella carrezza nodosa che mi dava la sera prima di andare via. Ci vediamo domani, c’è scritto ora su quel foglio.

I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima
e io su questo sapore agrodolce
vorrò un giorno morire,
perché il foglio bianco è violento.
Violento come una bandiera,
una voragine di fuoco,
e così io mi compongo
lettera su lettera all’infinito
affinché uno mi legga
ma nessuno impari nulla
perché la vita è sorso, e sorso
di vita i fogli bianchi
dismisura dell’anima.

Alda Merini

 

Sangue del mio sangue

«Quando sono soli vogliono stare con gli altri, e quando sono con gli altri vogliono stare soli. Dopo tutto gli esseri umani sono così.»
– Getrude Stein

Chiamano il mio nome, ma non mi volto. Ha un suono sordo in cui non mi riconosco. Mi muovo nel giardino della casa al mare, guardo le nuvole infrangersi nel costone più alto della montagna come se si aprissero in due. Il lungo serpentone spalanca la bocca trasformandosi in drago e poi striscia veloce sulla parete nuda e pietrosa. So bene come quella parete a picco affondi i piedi nel mare cristallino dove ho imparato a nuotare da piccolissima. Continua a leggere Sangue del mio sangue

Cambi di coniugazione

«A entrare per un attimo nella vita di un’altra persona, si rischia di diventare più importanti di quelli che ne fanno parte da anni.» – da ‘Rosa candida’, di Auður Ava Ólafsdóttir

Cosa ho dentro la tasca del mio cappotto? Un sasso giallo, una mezza gomma da masticare con piccoli pezzetti di carta attaccati al bordo, l’ultimo scontrino, quello (pausa) del nostro ultimo incontro. Ma queste righe non parleranno certo di quel ricordo sdrucito e strappato ai lati e appeso nella mia memoria, come i panni colorati stesi al sole che si muovevano sopra le nostre teste tra i salini vicoli di Camogli. Continua a leggere Cambi di coniugazione

Oggi i passanti sembrano danzare

Il ricordo è una forma di incontro. – Lia Varesi

Wound Robert & Shana Parke Harrison

Sveglia alle 08.06
Rimango ancora un po’ a letto (in casa siamo solo io e la piccola pelosa – che chiamerò di fantasia Bianca per via del suo pelo)
M. mi chiama al telefono per sapere se abbiamo fatto colazione
Preparo il caffé espresso. Lo bevo, amaro, mastico distratta una fetta di pane tostato.
9.36 – Il telefono squilla. Non rispondo. Ripiego un paio di t-shirt e divido pensieri e preoccupazioni nei cassetti
Cambio di stagione. Cerco di indossare un umore nuovo. Mi sta stretto.
10.27 – Guardo fuori dalla finestra, ascolto la Follia di Corelli
Un’anziana signora dietro il vetro si trascina lenta, testa china, avvolta in un soprabito blu che svolazza
I tralci di vite che spaccano il cemento e si spingono sino alla balconata di un primo piano si piegano sotto i polpastrelli del vento.
12.26 Mi siedo davanti al pc. Mi appunto a china. Continua a leggere Oggi i passanti sembrano danzare

Melone giallo, gazzosa e alibi

Quand’ero bambino
vissi, senza sapere,
solo per avere oggi
quella rimembranza
– Fernando Pessoa

Una dannata zecca appesa al suo collo. Sotto i polpastrelli sembra uno dei semini che si trovano dentro il melone giallo. Mi ricordano le distese gialle abbandonate al sole di Pantelleria. Il dammuso in mezzo al nulla, le notti a guardare la luna dalla piccola finestrella incorniciata da ragnatele. Ragni grossi e sottili, invisibili di giorno, come fossero alchimie prodotte dalla notte pronte a sfidare un sonno già infestato dai gemiti profondi e spettrali degli uccelli che abitano l’isola. Hiranim, l’isola degli uccelli starnazzanti, la chiamavano i Fenici. Continua a leggere Melone giallo, gazzosa e alibi

Dal cassetto | di Costantino Kavafis

Cassetto drawer
Volevo appenderla a un muro della stanza.
Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.
Non la metto in un quadro questa foto.
Dovevo conservarla con più cura.
Queste le labbra, questo il viso –
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.
Non la metto in un quadro questa foto.
Mi fa soffrire vederla così guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi –
una parola o il tono della voce –
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.
– Costantino Kavafis

(Stasera ho sfogliato ricordi, mi sono concessa malinconie a boccate strette. Ho cominciato quando la stanza si è pian piano svuotata. Cercavo delle foto per lavoro e ho trovato noi nell’ultimo viaggio insieme prima del disastro. Ho visto me distesa sul letto abbracciata al doglover. Ma anche tutte le volte in cui eri posto vacante nella mia vita, in cui non c’eri. Mi mancate, nonostante tutto. Nonostante tutte le parole che ognuno mi lascia come un’arringa che mi dimostri come mi sia sbagliata su tutto, su te. E’ un bene, passerà, adesso hai altro a cui pensare… L’adesso è fatto di te che hai ignorato il mio compleanno, o forse lo hai soltanto dimenticato. Di me, che cerco in tutti i modi di ‘imparare a dismetterti’ dalla pelle)

Si fanno divani su misura

Heart, Louise Bourgeois
«Nella mia infanzia, tutte le donne di casa maneggiavano l’ago. Sono sempre stata affascinata dall’ago, dal suo potere magico. L’ago si usa per riparare ciò che è stato danneggiato. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo.
[…] Esorcizzare fa bene. Cauterizzare, bruciare per guarire. E’ come potare gli alberi. Ho bisogno delle mie memorie. Sono i miei documenti. Li sorveglio con cura.» – Louise Bourgeois

Era un uomo sulla cinquantina, ma potrebbe averne avuto anche una decina di più. La polo rossa troppo corta mostrava la schiena, non indossava cintura e aveva jeans larghi portati con distrazione. Le scarpe non sono riuscita a vederle. No, certo che non era a piedi nudi. Ricordo però braccia corpose che cercavano di appendere quel cartello fuori dalla sua bottega, un negozietto ricavato in pochi metri quadri con persiane verdi a posto della saracinesca. Una scrittura sdentata: SI FAnnO DIVANI Su MiSUra. Non so perché alcune delle lettere, rosse, fossero maiuscole e altre no. Una discontinuità che mi ha fatto pensare alle lettere anonime scritte dal pugno di un mitomane che si vedono in quei film che tu non hai mai amato. Non mi piace scrivere al passato quindi perdonami farò fare alle mia parole un balzo nel presente, dopotutto è la condizione migliore per parlarti. Tu che mi fissi senza neppure saperlo. Continua a leggere Si fanno divani su misura

Sleeping with ghosts

Scolapasta

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.
– Mark Strand

Attraverso la strada, curve e strade malmesse, c’è solo qualche spazzino indolente a condividere lo sbadiglio della città. I colori del mattino si spezzano sul parabrezza della mia automobile che non ha fretta, come i miei pensieri dopotutto. «Prego passi», faccio il segno con la mano dentro il mio abitacolo pieno di musica. L’automobilista ha fretta, non rispetta lo stop e ignora la gentilezza fagocitando anche il mio tempo, che è ancora in gestazione. Continua a leggere Sleeping with ghosts

L’odore del vento [e il suo colore rossoruggine]

Graziella2

Quante insonnie ci sono in una notte? Abbasso la tapparella che tartaglia come i vecchi treni di una volta, quelli con i vagoni rossoruggine della mia infanzia. E ripenso alle ginocchia sbucciate, alle fughe in montagna, alle mani che scalavano vecchi alberi di ulivo dal quale pendeva una gracile altalena, alle mele cotogne e il pane fatto in casa nel forno a legna. Guardavo la fumata nera salire spedita in aria e scontrarsi contro le ‘mie’ nuvole istoriate. Pareva una guerra, come in una scacchiera: il bianco e il nero, il bene e il male. Chi vincerà? Poi mi distraevo, ero troppo piccola e irrequieta, lasciando la battaglia a metà per giocare a pallone o schizzar via con la mia graziella grigia e pedalare fino a sentire scoppiarsi il cuore. C’erano salite che non mi spaventavano e discese che imboccavo sfidando il vento. Ero bambina, una bambina che avevo dimenticato. A cui piaceva l’odore del vento.

Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell’autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).
– Boris Ryzyi, Non ho camminato nei tuoi sogni

http://youtu.be/U9PDzfExpUg