Phliar Wind!

Non è un vento, lo scirocco è una rabbia

Non è un vento, lo scirocco è una rabbia. Il cielo scompare, l’aria calda afferra la testa, non fa ragionare. […] quando c’è lo scirocco  non si devono prendere decisioni. Fa scoppiare gli incendi.
– Erri De Luca

Un velo giallo e crespo è caduto sulla città, con i silenzi dopopartita che affrescano gli angoli dei bar, trasformati in piccole bolle di calore dove la gente scambia impressioni deluse sugli azzurri. Li chiamano per nome quasi avessero diviso lo stesso banco a scuola. Poi ci sono quelli che hanno seguito il corso estivo per piccoli Ris, intenti a commentare le tracce ematiche recuperate sugli slip di Yara: “É mista” dice qualcuno, ma non ha la minima idea di cosa voglia significare, l’altro che l’ascolta asserisce mentre il glucgluc dell’aranciata si spegne dentro il bicchiere a collo lungo. C’è una signora che si sventola con un dépliant di Expert, “quarantuno gradi ma che fa si scherza!” balbetta alterata come se si trovasse davanti un inadempiente impiegato delle poste. A me pare di stare dentro un film che scorre lento. Lentissimo. Con tonalità seppiate che rendono tutto un po’ più sopportabile. E non mi va proprio di definirlo quel tutto, sgranarlo con i suoi compromessi, le fedi spezzate, i ritardi, le paure e i nuovi orizzonti che ha dentro. Quel ‘tutto’ che è “brandello di bufera”. Ricordi quando a letto di notte, d’estate, alternavamo la lotta contro le zanzare con versi di Wislawa Anna Szymborska. Ricordi? Marta. Ricordo?
La testa del ventilatore si volta gracchiante su di me, mi avverte che si è fatto già tardi. Avevo questo bisogno così prepotente di scrivere,  diventare macchia in queste canzoni che seleziono ogni volta in base all’umore prima di iniziare a battere parole, per asciugare questa pelle stanca, questo riflesso consumato a cui il volto non riesce a sfuggire.
“Ma la prova del DNA incastra quello là, Bosse…”, “Bos-set-ti”, qualcuno aggiunge infastidito. Qualcuno, sono un tutto senza nome, ognuno svolge però perfettamente la propria inutile parte. Anch’io, di ritorno a casa, ho lasciato il mio nome sul bracciolo giallo del mio divano, mentre il cane dorme e il pomeriggio incomincia a sbadigliare le sue necessità che io non ho proprio voglio di ascoltare.

Cara Marta, tu avresti saputo cosa rispondere. Mi manca potermi voltare, divorare lo spazio che ci divide, afferrare i tuoi pensieri così pieni, così cupi, così dannatamente sexy. Ti avrei guardato, avrei sospirato. I tuoi pensieri solo per me. Un altro tempo. Un altro amore. Un’altra me.

http://youtu.be/wIUbvFhj5Zo

Quando il vento si leva
là, sulle strade deserte di passi
sulle foglie cadute
tu non sei qui.

Il vento si leva sul tuo viso lontano
che stasera non vedo.
Il vento si leva sulle candide mani
che stasera non sento.
E i visi sono tutti lontani per me
le mani si tendono invano laggiù.
Il vento si leva nel mio sguardo
disegna il confine dei sogni
Il vento si leva e accarezza gli amanti
e tu! Non sei qui…

Il vento si leva suoi tuoi occhi lontani
e guarda e sorride
e fischiando scompare.

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