Arrivo tardi (e infinite sono le resurrezioni)

«Nel mio Smarrimento/ pongo la domanda estrema/ Può chi ha smesso di essere/ Avere avuto mai esistenza/ Non più un tu come mittente/ non c’è destinatario/ con cui poter scherzare sulla realtà defunta/ Può chi è ancora/ essere inesistente?/ Sono diventata Cieca/ nel rispondere/ al tuo morto linguaggio d’amore».
Mina Loy

Arrivo tardi anche alla mia festa di addio
è una sorta di funerale storto
in cui sono l’unica invitata

Avete presente quelle celebrazioni sontuose
con feretro al centro in cui
una corda delimita lo spazio
del corpo morente (?)
è ridicola – non trovate – l’ostentazione della distanza
come se la morte ne conoscesse e facesse disparità
Abbandonando la sua livella in un angolo

in attesa che il ragnetto venga fotografato
e gli applausi si esaudiscano
e i cavalli si inchinino
e le bandiere ferme in apnee a mezz’asta
riprendano la risalita

Continua a leggere Arrivo tardi (e infinite sono le resurrezioni)

L’invenzione di un amore: la donna in blu, in una notte blu.

Sud del Mondo. Anno domini 2116. Titolo: come si inventa un amore.

Non ti ebbi, né mai ti avrò, suppongo.
Qualche frase, un accostamento
come avant’ieri al bar, null’altro.
È un peccato, non dico. Ma noi dediti all’Arte
con la tensione della mente – e, ovvio,
solo per breve tempo – creiamo una voluttà
che sembra quasi materiale.
Così avant’ieri al bar – grazie anche all’alcol
e al suo aiuto pietoso e grande –
ebbi mezz’ora di perfetto amore.
Credo che anche tu te ne sia accorto
e sia rimasto un po’ più a lungo apposta.
Ne avevo gran bisogno. Ché malgrado
tutta la fantasia e la magia dell’alcol
m’occorreva guardare le tue labbra
m’occorreva avere accanto il tuo corpo.

Mezz’ora, Kostantino Kavafis

Sai che non dovrei essere qui. In questa isola delle correnti avevo celebrato il mio addio all’ultimo amore. Ora, l’ultimo ha lasciato il posto all’ultimo ancora. E l’ultimo ancora stava per essere insidiato da una lei improvvisa che è caduta nella mia vita una notte blu come il fondo oltremare del mare.

Che significa, mi dice? mentre passeggiamo e la birra si scalda sotto le sue mani impazienti di spiegazioni. Niente Laura, le dico. Poi ti spiego, aggiungo con giravolte di mani nell’aria a disperdere i pensieri blu che voglio definitivamente smettere. Continuando a passeggiare con la testa in perpendicolare alla notte, con lo sguardo che segue le geometrie del cielo tra palazzi sghembi e belli come la miseria di questa città che mi ammala d’amore.

Se alzi lo sguardo, cosa vedono i tuoi occhi? è un rituale che avevo costruito con una sconosciuta diventata subito familiare all’epidermide, un riconoscersi antico, di tempo e affondi di carne e ossa. Di parole come partite a scacchi, in notti di mezza estate con gocce di viola del pensiero negli occhi, a sfidarci con spade di carta e parlarci da un balconcino appartato di notte ingannando la notte che troppo in fretta sorprendeva le nostre voglie.

Fiumi di parole in cui annegare, girotondi intorno al corpo, sospiri sempre più profondi da controllare sul labbro di una pozzanghera di desiderio che doveva essere arginata. E razionalizzata. Una s-conosciuta che era blu come la notte e tutte le sfumature chiare del giorno.

https://www.youtube.com/watch?v=vcYEn9b01DM

Una voce mi chiama e afferra, pronuncia “ilmionome“. Mi fermo in mezzo alla strada bagnata dalla luce calda dai lampioni, stordita. Come la lepre a Pantelleria che si piantò davanti ai fari della mia auto. Perché hai svegliato la notte? mi chiese. Intorno c’era solo buio e gli occhi abbacinati della mia auto, il muso della lepre indispettita che correva via a segmenti obliqui per essere inghiottita da una notte che in quell’isola è mistica. Come me adesso che invoco tutti gli amori che ho smarrito.
Ilmionome” quanto tempo!, mi dice. Posso abbracciarti? mi chiede.
Le sorrido, ma già sono sotto la sua stretta più stretta della notte, e guardo dietro le sue spalle. Stacco il mio corpo e sento il rumore della plastica stropicciata, quella posata sui divani in case addormentate nell’assenza; case con le lenzuola sui vetri, con strati di polvere che aspettano un ritorno.

Continua a leggere L’invenzione di un amore: la donna in blu, in una notte blu.

Imbalsamatrice di amori

“L’importante è cercare, non importa se si trova o non si trova.” Antonio Tabucchi, Per Isabel: un mandala, 2013

No, no che non ti ho dimenticata. Sul letto la sindone dei sogni precedenti. Ricordi di cosa abbiamo parlato?
Era un addio all’amore. Un vuoto profondo accorgersi che ti ho riposto in fondo alla scatola. Quasi otto anni dopo il nostro addio, la nostra carne fusa alla carne di un’altra, altro indirizzo, geografie lontanissime che non abbiamo più attraversato, parole versate su altra bocca e lingua a raccogliere un piacere che non è più nostro. Intanto fuori dalla mia finestra il sole si contrae ed espande dopo una mattina uggiosa. Prendo il mano il telefono, rileggo la conversazione di qualche settimana fa dopo il chiassoso silenzio di un telefono sbattuto in faccia. Dopo avermi detto: “come puoi amare un’altra allo stesso modo in cui hai detto di amare me“. Ho lasciato cadere la domanda passandoci sopra con altre parole. Che razza di domanda è? mi sono detta. Due donne adulte, che non si vedono da otto anni… Che razza di domanda è?! Ho tracciato il perimetro del mio appartamento come fosse un circuito automobilistico. Eh sì ti ho maledetta, ho maledetto me per averti fatta entrare, di nuovo. (Ma quando esattamente sei uscita?).

Lo specchio mi restituisce la dimensione delle cose. La mano scivola sulla fronte come per rassettare i millemila pensieri che mi passano per la testa. Non è che… mi sbarazzo subito da quell’idea assurda. Penso a come potrei dirti che in questi anni la vita è stata crudele, che dubito di Dio e dell’amore per ogni cosa, che la mia innocenza c’è qualcuno che ancora continua a masticarla.

Marta, sono una donna adulta, sono molto cambiata…“. Lei ride di rimando, mi dice che non è vero. Anche se al telefono la sua voce ha l’effetto di incalzarmi, come se ci trovassimo nella stessa stanza e lei pian piano mi spingesse all’angolo. “Per il mio passato, per la nostalgia che mi ha legato a te, per l’assenza che mi sono portata addosso” ripeto come fosse una preghiera, mentre indietreggio. Mentre avanza e mi faccio terra sotto i suoi piedi. Sprofondo nella mia poltrona girevole mid century con un vistoso taglio sul bracciolo destro da cui fuoriesce uno sbuffo di gommapiuma ingiallita. “Tu mi hai cambiata” ti soffio all’orecchio nell’ultima speranza che veda finalmente il dolore di questi anni.

Proprio adesso mentre scrivo di te a una pagina estranea alle nostre vite, mi mandi un tuo autoscatto, ti dico che il tempo non sembra essere passato (ma il tuo sorriso è triste e invecchiato). Continui a inviarmi traiettorie del tuo sguardo in questa città bianca che stai attraversando, mentre giri un altro pezzo di mondo in una prospettiva in cui esisti solo tu, ma se spostassimo di quel poco l’obiettivo vedrei la donna che ha preso il mio posto. Se spostassi l’obiettivo vedresti la donna che ha preso il tuo posto. Il suo nome non mi è concesso dirlo, quando ho provato ti sei irrigidita, anzi ti sei proprio incazzata. Lei, la mia C., rimarrà sempre la fine del nostro amore.

Continua a leggere Imbalsamatrice di amori

Acrostico di un nome inesistente

C’è un sito carino (una cosa leggera, per cazzeggiare eh! altrimenti chi li sente gli antichi greci) in cui è possibile generare acrostici (acrostico: dal greco ἄκρος “sommo” e στίχος “verso”; tipo di poesia in cui le iniziali dei singoli versi, lette nell’ordine, formano una parola o frase a partire da un nome), in poche parole un generatore automatico di poesie e acrostici online. Non so neppure come io vi sia finita se non attraverso i girotondi che talvolta si aprono nella mia mente. Questa casualità (perché lo è) si cuce addosso a un pensiero che mi porto appresso da giorni: il nome.

Il nome non è la persona.
Il nome è la larva.
Di tutti i circostanti,
a malapena è salva
famelica – l’icona.

(Eroi, e figuranti.)

Giorgio Caproni, «Il nome», in Il Conte di Kevenhüller, in L’Opere in versi, Milano, Mondadori, 1998

Continua a leggere Acrostico di un nome inesistente

Eccesso di autenticità

Oggi per eccesso di autenticità utilizzerò per accompagnare le mie parole uno dei miei scatti, solitamente sono immagini prese dal web, creative commons si intende. Non potrei altrimenti. Alcune le ho cancellate per conflitto di identità, forse ne avrò dimenticata qualcuna. Ma dopotutto ci sono tracce di me ovunque… chissà se chi dice di conoscermi veramente riuscirebbe a rintracciarmi qui? Mentre le necessità del lavoro a cui non ho proprio voglio di tornare mi fissano da una parte dall’altra c’è questa foto presa da una dei tanti hardisk che si impilano come polvere nella mia stanza.

Questa foto è una delle tante scattate in luoghi a cui siamo appartenute e che non ho mai pubblicato. Contenute nelle migliaia di cartelle fotografiche che un giorno dovrò costringermi a sistemare. Lo dico ogni volta che mi perdo in file copiati all’infinito e cartelle duplicate ovunque.

Continua a leggere Eccesso di autenticità

L’ultimo scatto a Prévert

Non c’è camino in questa casa
Né la sedia a dondolo di mia nonna
C’è il ricordo del tuo mondo nuovo
Che non sono mai riuscita a raggiungere
C’è la legna che giace sul pavimento freddo
C’è il cerino bagnato dalla pioggia

La mia poesia del frattempo appuntata sul diario, accanto quella di Jacques Prévert, il biglietto d’ingresso al Festival di Locarno e lo scontrino della piccola locanda in Svizzera dove ci siamo fermate affinché facessi qualche scatto.

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia

L’ultimo litigio

Ci metto un tappo
Tacco
Tocco
Tozzo
Pane fame amore

Se vorrai
(toccare il lembo svogliato della mia ferita)
Io rimarrò

Telleenas, luglio 2022

“Se non metto il dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” laicamente citato dal Vangelo di Giovanni (20, 19-29)

Come l’acino d’uva nera che si spacca nella bocca

Mi riapproprio della mia identità
Attraverso il tuo corpo.
Una verginità di cui mi vergognavo
E nascondevo sotto le unghie consumate del silenzio.
Io che ero altra da me e
Costruivo identità
Come traballanti castelli di carte
Dai bordi consumati.

Ho i pensieri stretti tra le tue dita
Quelle che mi rianimano
Quando scendono in me
E aprono passaggi che pensavo di avere smarrito.
Tu
che affondi materia nella mia carne nuda e assente
Tu
che mi possiedi col tuo sguardo profondo
e mi uccidi d’amore mentre tessi storie
per il mio sonno tormentato

Continua a leggere Come l’acino d’uva nera che si spacca nella bocca

Bianca. Il mio primo bacio

Il primo bacio lo diedi a una bambina
Appoggiata al lavello bianco del bagno

Bianco come il riflesso del sole su mattonelle a quadrati e fughe
Bianco come il sapone che strofinava veloce sulla sua bocca

– Chissà perché bambina strofini con forza la tua bocca di ciliegie appena mature –
– Quale sospirato peccato nascondi?

Bianca
Come le bolle
Come la schiuma nella sua bocca di ciliegie appena mature
Come il suo nome

Un bacio bianco

Come
il sapone
i quadrati di mattonelle
il sole riflesso nel mio sguardo appena nato

Bianco come il bacio
che due bambine sanno scambiarsi

Telleena, 2022

__________________________________

immagine in copertina: Piero Manzoni Achrome, 1958 – caolino e tela grinzata. Collezione Intesa Sanpaolo

Il tuo insolito lato pop

Non mi accorgerei dell’amore neppure se mi scoppiasse in faccia.

Quando era giovane aveva creduto che l’amore avesse qualcosa a che fare con la comprensione; ma con l’età aveva capito che nessun essere umano poteva capire un altro essere umano. L’amore è soltanto il desiderio di capire*.
– Graham Green, Il nocciolo della questione, 1948

La notifica dello smartphone, come se fossimo due adolescenti. Ti chiedo di consigliarmi della musica e qualche libro da leggere. Mi dici: Aspetta, ci penso. Ti scrivo: aspetto. Ma poi cancello, e sto in silenzio. Continuo ad aspettare, e non lo sai. Poi la notifica. Le notifiche. La lista della musica e quella dei libri. Un’amica scherzando mi dice “ma dai ti sembrano normali queste canzoni? Sembrate due adolescenti“. Non capisco, giuro che non capisco. Se dovessi leggere il dorso di tutte le canzoni che mi hai inviato in questi tre lunghi anni in cui ci siamo ritrovate, e perse e ritrovate, dovrei pensare al sottotesto. Noi non ne abbiamo. Se dovessi ascoltarne il senso come se fossi una quindicenne, forse avrebbero un senso diverso da questo. Ma, so bene che nascondono il dolore della perdita di figlia. Solo la musica che un’amica passa a un’altra, dico a Simona, l’amica di cui lei in passato sarebbe stata gelosa.
Non siamo amiche, ribatti ogni volta.
Marta, e allora cosa siamo? (ma questo non te lo chiederò mai). Poi mi dico, che importa, hai ragione. Le tue ragioni sconosciute e straniere.

“A volte bisognerebbe sapersi tenere le cose senza un nome, come trovatelli, cose belle come avere caldo e avere freddo e potersi spogliare e potersi coprire, o lasciarle andare, perché si deve, perché si vuole, non perché non si sa come chiamarle”

La frase del libro in cima a molte delle mie agende/sketch book con il nome della sua autrice Anne-Lise Grobéty, il titolo del libro Morire in Febbraio, l’anno 1949. E poi quell’altra frase che a lungo è stata una preghiera a te, al tuo amore, al tuo calore: “Ero così vicina a te che vicino agli altri ho freddo“. Eri la mia signora C.. Credo di non avertelo mai detto, è una cosa stupida a cui pensai quando ti incontrai. Di essere la tua Aude. Sorrido. Quanta ingenuità. Con l’età ho capito che nessun essere umano può capire un altro essere umano. L’amore è soltanto il desiderio di capire*.

{dove i pensieri diventano storie e le storie traiettorie ~ Telleena Sbacchi}

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: