Acrostico di un nome inesistente

C’è un sito carino (una cosa leggera, per cazzeggiare eh! altrimenti valli a a sentire gli antichi greci) in cui è possibile generare acrostici (acrostico: dal greco ἄκρος “sommo” e στίχος “verso”; tipo di poesia in cui le iniziali dei singoli versi, lette nell’ordine, formano una parola o frase a partire da un nome), in poche parole un generatore automatico di poesie e acrostici online. Non so neppure come io vi sia finita se non attraverso i girotondi che talvolta si aprono nella mia mente. Questa casualità (perché lo è) si cuce addosso a un pensiero che mi porto appresso da giorni: il nome.

Il nome non è la persona.
Il nome è la larva.
Di tutti i circostanti,
a malapena è salva
famelica – l’icona.

(Eroi, e figuranti.)

Giorgio Caproni, «Il nome», in Il Conte di Kevenhüller, in L’Opere in versi, Milano, Mondadori, 1998

Il mio nome. Ridotto a un’ombra dentro queste stanze virtuali. Tellina nasce dalla costola di Marta, un nome preso in prestito dal modo in cui lei un giorno mi battezzò. Un nome preso in prestito da un amore, l’unica parentesi aperta rimasta.

Tellina (Telleena) è qui che esiste, generata dalla sua stessa carne, ma poi svanisce quando salvato l’ultimo post chiudo questa pagina e la metto a icona. Mi metto a icona.
Nella mia Isola delle Correnti svolgo una parte di me che agli altri non è concesso vedere. Chi sei Tellina e chi ci sta dentro quell’abito da mascotte che indossi? Qui, io sono. Sono ancora quella adolescente che scriveva interminabili pagine di diari di notte, che leggeva poesie e poi appuntava le proprie in cui fare ammenda di tutto il dolore che ha addosso una ragazzina introspettiva e un po’ diversa dagli altri. Dopotutto una ragazzina che recitava le parti di Mercuzio e di Otello ad alta voce nella stanza, che si domandava della morte e di Dio, che amava fotografare monumenti e perdersi da sola durante le gite scolastiche… quella ragazzina lì si faceva fatica a comprenderla. “Perché sei così?”, così come, chiesi di rimando a mia madre che china a raccogliere asparagi dalla siepe mi guardava in una diagonale di distanza che scoprii essere la stessa che mi attendeva fuori dall’adolescenza con il mondo intero. “Perché sei così?” quante volte me lo sono sentita ripetere sul lavoro quanto nella vita privata. Così come? continua a ripetere quella bambina sottopelle. Con gli anni ho imparato a capire che la mia sete di autenticità può avere anche delle zone d’ombra, delle piccole tasche in cui nascondere le parti di me che gli altri fanno fatica a comprendere.
Così che scambino pure la timidezza in stronzaggine, la paura del mondo in asocialità, l’assenza in alterità, la determinazione in aggressività. Tellina è il sasso nella tasca, e forse a indossarla è proprio quella ragazzina che era un po’ così e un po’ colà, ma anche in un altrove sconosciuto. Ecco, Tellina è in quel frattempo di altrove, una terra di mezzo forse un po’ cupa dove mi è concesso essere quella giovane donne triste, annoiata, perduta, melanconica. Con le sue parole e i suoi pensieri che fanno tonfi pesati e rimangono per giorni, mesi sul pavimento. Sono la donna che non stacca i fili rossi dal suo corpo. Forse per questo occorre nascondere, sorridere, mediare e mediare… nessuno sarà mai del tutto interessato ad attraversare questa mia Isola, queste sue correnti, le zolle sono spesso sabbie mobili, e non vi è leggerezza nel dolore che sparge ovunque.

Come stai?” chiedono
Bene, grazie. Tu?” rispondiamo
Sorrido mentre lo sguardo attraversa ma mia voce e si perde all’orizzonte. In fondo al barile a nessuno piace guardare.

Genero l’acrostico di Tellina – [Ere]. Il risultato mi fa pensare a quei dolcetti cinesi della fortuna.

Tagli maschera sopra il cratere,
e ci siamo entrambi pianto io, spettrale altro essere,
la felicità è per me di godere,
la colpa della vita da vivere.

I vostri capelli non è interessato a determinare genere,
nessun uomo è felice se lui crede di essere,
abbiamo bisogno di una vita per imparare a vivere.

Eccesso di autenticità

Oggi per eccesso di autenticità utilizzerò per accompagnare le mie parole uno dei miei scatti, solitamente sono immagini prese dal web, creative commons si intende. Non potrei altrimenti. Alcune le ho cancellate per conflitto di identità, forse ne avrò dimenticata qualcuna. Ma dopotutto ci sono tracce di me ovunque… chissà se chi dice di conoscermi veramente riuscirebbe a rintracciarmi qui? Mentre le necessità del lavoro a cui non ho proprio voglio di tornare mi fissano da una parte dall’altra c’è questa foto presa da una dei tanti hardisk che si impilano come polvere nella mia stanza.

Questa foto è una delle tante scattate in luoghi a cui siamo appartenute e che non ho mai pubblicato. Contenute nelle migliaia di cartelle fotografiche che un giorno dovrò costringermi a sistemare. Lo dico ogni volta che mi perdo in file copiati all’infinito e cartelle duplicate ovunque.

In questi anni, a dire il vero, ti ho portato dentro alcuni dei miei lavori, ho portato dentro i colori della tua città, i silenzi scheletrici, gli spessori della nebbia, la pioggia su ogni cosa, il vento e le prospettive strette del tuo sguardo del Nord. Le tue parole. Le tue paure.
Ti ho custodita qui, e qui ti ho dato anche un nome perché il tuo all’inizio il mio cuore obliquo faceva fatica a pronunciarlo. Telleena aveva bisogno di un nome a cui aggrapparsi, in attesa di un ritorno che ammetto non avrei mai pensato si sarebbe celebrato. Eppure eccoci.

Questa foto di molti anni e traiettorie fa racconta tante storie, fuori dall’inquadratura ci sono due donne che sorridono e si baciano addossate ai vicoli di pietra, c’è una donna anziana che spinge una lunga barca in legno e rema sul lago d’Orta per raggiungere una testa d’ago verdeggiante chiamata isola di San Giulio, mentre il sole cala, le anatre si scrollano di dosso l’acqua e i lampioni iniziano ad accendersi uno dopo l’altro. C’è una donna che alle tue spalle insegue il tuo sorriso e immortala con il suo obiettivo lo sguardo che ama incrociare.

Nel cuore di quel lago addormentato c’è ancora l’eco di un nome ripetuto all’infinito.

”Coloro il cui nome è sempre pronunciato restano in vita […] Mai lasciarsi spaventare dalla parola fine”
Gianni Rodari, C’era due volte il Barone Lamberto ovvero, I misteri dell’isola di San Giulio, Einaudi, 1997

Eppure eccoci. Adesso, per esempio, c’è una tua domanda che pende tra le notifiche di whatsapp. Non sempre ho voglia di accoglierle.

Marta e Telleena non si sono mai più incontrate. Noi due in compenso abbiamo ripreso a parlare in un modo che ancora non riconosciamo del tutto come nostro. Siamo amiche, ti dico. No, no che non lo siamo! mi ribatte la tua voce sul petto. E cosa siamo? Nessuna delle due se lo è mai chiesto. Voluto chiedere. Chiederà.

Impareremo a essere qualcos’altro, ci sono così tante correnti.

L’ultimo scatto a Prevert

Non c’è camino in questa casa
Nè la sedia a dondolo di mia nonna
C’è il ricordo del tuo mondo nuovo
Che non sono mai riuscita a raggiungere
C’è la legna che giace sul pavimento freddo
C’è il cerino bagnato dalla pioggia

La mia poesia del frattempo appuntata sul diario, accanto quella di Jacques Prevert, il biglietto d’ingresso al Festival di Locarno e lo scontrino della piccola locanda in Svizzera dove ci siamo fermate affinché facessi qualche scatto.

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia

L’ultimo litigio

Ci metto un tappo
Tacco
Tocco
Tozzo
Pane fame amore

Se vorrai
(toccare il lembo svogliato della mia ferita)
Io rimarrò

Telleenas, luglio 2022

“Se non metto il dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” laicamente citato dal Vangelo di Giovanni (20, 19-29)

Come l’acino d’uva nera che si spacca nella bocca

Mi riapproprio della mia identità
Attraverso il tuo corpo.
Una verginità di cui mi vergognavo
E nascondevo sotto le unghie consumate del silenzio.
Io che ero altra da me e
Costruivo identità
Come traballanti castelli di carte
Dai bordi consumati.

Ho i pensieri stretti tra le tue dita
Quelle che mi rianimano
Quando scendono in me
E aprono passaggi che pensavo di avere smarrito.
Tu
che affondi materia nella mia carne nuda e assente
Tu
che mi possiedi col tuo sguardo profondo
e mi uccidi d’amore mentre tessi storie
per il mio sonno tormentato

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Bianca. Il mio primo bacio

Il primo bacio lo diedi a una bambina
Appoggiata al lavello bianco del bagno

Bianco come il riflesso del sole su mattonelle a quadrati e fughe
Bianco come il sapone che strofinava veloce sulla sua bocca

– Chissà perché bambina strofini con forza la tua bocca di ciliegie appena mature –
– Quale sospirato peccato nascondi?

Bianca
Come le bolle
Come la schiuma nella sua bocca di ciliegie appena mature
Come il suo nome

Un bacio bianco

Come
il sapone
i quadrati di mattonelle
il sole riflesso nel mio sguardo appena nato

Bianco come il bacio
che due bambine sanno scambiarsi

Telleena, 2022

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immagine in copertina: Piero Manzoni Achrome, 1958 – caolino e tela grinzata. Collezione Intesa Sanpaolo

Il tuo insolito lato pop

Non mi accorgerei dell’amore neppure se mi scoppiasse in faccia.

Quando era giovane aveva creduto che l’amore avesse qualcosa a che fare con la comprensione; ma con l’età aveva capito che nessun essere umano poteva capire un altro essere umano. L’amore è soltanto il desiderio di capire*.
– Graham Green, Il nocciolo della questione, 1948

La notifica dello smartphone, come se fossimo due adolescenti. Ti chiedo di consigliarmi della musica e qualche libro da leggere. Mi dici: Aspetta, ci penso. Ti scrivo: aspetto. Ma poi cancello, e sto in silenzio. Continuo ad aspettare, e non lo sai. Poi la notifica. Le notifiche. La lista della musica e quella dei libri. Un’amica scherzando mi dice “ma dai ti sembrano normali queste canzoni? Sembrate due adolescenti“. Non capisco, giuro che non capisco. Se dovessi leggere il dorso di tutte le canzoni che mi hai inviato in questi tre lunghi anni in cui ci siamo ritrovate, e perse e ritrovate, dovrei pensare al sottotesto. Noi non ne abbiamo. Se dovessi ascoltarne il senso come se fossi una quindicenne, forse avrebbero un senso diverso da questo. Ma, so bene che nascondono il dolore della perdita di figlia. Solo la musica che un’amica passa a un’altra, dico a Simona, l’amica di cui lei in passato sarebbe stata gelosa.
Non siamo amiche, ribatti ogni volta.
Marta, e allora cosa siamo? (ma questo non te lo chiederò mai). Poi mi dico, che importa, hai ragione. Le tue ragioni sconosciute e straniere.

“A volte bisognerebbe sapersi tenere le cose senza un nome, come trovatelli, cose belle come avere caldo e avere freddo e potersi spogliare e potersi coprire, o lasciarle andare, perché si deve, perché si vuole, non perché non si sa come chiamarle”

La frase del libro in cima a molte delle mie agende/sketch book con il nome della sua autrice Anne-Lise Grobéty, il titolo del libro Morire in Febbraio, l’anno 1949. E poi quell’altra frase che a lungo è stata una preghiera a te, al tuo amore, al tuo calore: “Ero così vicina a te che vicino agli altri ho freddo“. Eri la mia signora C.. Credo di non avertelo mai detto, è una cosa stupida a cui pensai quando ti incontrai. Di essere la tua Aude. Sorrido. Quanta ingenuità. Con l’età ho capito che nessun essere umano può capire un altro essere umano. L’amore è soltanto il desiderio di capire*.

Ci siamo. Sei tornata. Ed è una lunga storia.

[…] ti scrivo lettere sbagliate
Quelle vere non toccano la carta
– Marina Cvetaeva, da Lettera a Boris Pasternak

Sei tornata. Qualche mese fa.
Era aprile, la pandemia alle porte, il cuore in subbuglio, le orecchie rompevano un silenzio lungo infinità. Sei tornata. Qualche mese fa. Era aprile. Avevo smesso di aspettarti (o forse no).

Ho letto il tuo nome sul mio display. Aggiorna. La giravolta della rotellina ha sfumato nel tuo nome. In cima alla mail, oggetto: Ci sono.
Ho fatto fatica. Tra i piani confusi di realtà ho sentito il respiro intervallarsi nel petto con lunghi periodi di pausa. Lo ammetto. In quell’apnea emotiva ho consumato il tuo nome a forza di rileggerlo. Due righe, nel tuo stile. Centodiciotto battute in cui rispondi alla mail che ti ho inviato qualche giorno fa. Come state? poche righe, dritte al punto, uno stile che forse mi appartiene un po’ di più adesso, ma che non è mai del tutto mio. Era il tuo. Il mio di indossarlo, è stato un tentativo per rassicurarti, per dirti che avevo ben chiaro il rumore del nostro ultimo addio. Una porta sbattuta e una sorta di preghiera-maledizione prima del tonfo: “possa il mio abbandono raggiungerti“. Lo avevo fatto. Il tuo abbandono, dico, mi aveva raggiunto con la tua maledizione, aveva combinato un casino. Mi ero messa nei casini, ma questa è un’altra storia.

Quando la pandemia è arrivata e il sogno non mi lasciava in pace tutto è sembrato incastrarsi in un pretesto che mi è parso credibile. Era l’ultimo servizio in Tv sui focolai della pandemia. Ho aperto il pc e cercato di mettere tutta la comprensione di quell’addio in una mail inviata dopo anni. Le parole le avevo maniacalmente editate per restringere le battute nel tuo ‘less is more’, in cui io ero stata del tutto cancellata. Pochissimi tasti solo per rassicurarti che quella lettera digitale spedita dopo tanti anni non aveva dimenticato. Nessuna pretesa di vederla tornare indietro con una risposta. La questione era archiviata, me lo ripetevo ormai da anni.
Allora, ti chiederai, perché avrei scritto al tuo silenzio?

Ecco, vedi… ho fatto un sogno, quelli a cui non hai mai creduto perché ha a che fare con le sensazioni, le coincidenze. Sappi solo che, ho rinviato finché ho potuto. Ho resistito più volte alla tentazione di scriverti, ma poi l’ultimo sogno… Era così confuso, così impellente.

Continua a leggere Ci siamo. Sei tornata. Ed è una lunga storia.

Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due

Non verremo alla meta ad uno ad uno,
ma a due a due. Se ci conosceremo
a due a due, noi ci conosceremo
tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
un giorno rideranno
della leggenda nera dove un uomo
lacrima in solitudine.

– Paul Eluard

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo. Continua a leggere Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa

{dove i pensieri diventano storie e le storie traiettorie ~ Telleena Sbacchi}

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