L’invenzione di un amore: la donna in blu, in una notte blu.

Sud del Mondo. Anno domini 2116. Titolo: come si inventa un amore.

Non ti ebbi, né mai ti avrò, suppongo.
Qualche frase, un accostamento
come avant’ieri al bar, null’altro.
È un peccato, non dico. Ma noi dediti all’Arte
con la tensione della mente – e, ovvio,
solo per breve tempo – creiamo una voluttà
che sembra quasi materiale.
Così avant’ieri al bar – grazie anche all’alcol
e al suo aiuto pietoso e grande –
ebbi mezz’ora di perfetto amore.
Credo che anche tu te ne sia accorto
e sia rimasto un po’ più a lungo apposta.
Ne avevo gran bisogno. Ché malgrado
tutta la fantasia e la magia dell’alcol
m’occorreva guardare le tue labbra
m’occorreva avere accanto il tuo corpo.

Mezz’ora, Kostantino Kavafis

Sai che non dovrei essere qui. In questa isola delle correnti avevo celebrato il mio addio all’ultimo amore. Ora, l’ultimo ha lasciato il posto all’ultimo ancora. E l’ultimo ancora stava per essere insidiato da una lei improvvisa che è caduta nella mia vita una notte blu come il fondo oltremare del mare.

Che significa, mi dice? mentre passeggiamo e la birra si scalda sotto le sue mani impazienti di spiegazioni. Niente Laura, le dico. Poi ti spiego, aggiungo con giravolte di mani nell’aria a disperdere i pensieri blu che voglio definitivamente smettere. Continuando a passeggiare con la testa in perpendicolare alla notte, con lo sguardo che segue le geometrie del cielo tra palazzi sghembi e belli come la miseria di questa città che mi ammala d’amore.

Se alzi lo sguardo, cosa vedono i tuoi occhi? è un rituale che avevo costruito con una sconosciuta diventata subito familiare all’epidermide, un riconoscersi antico, di tempo e affondi di carne e ossa. Di parole come partite a scacchi, in notti di mezza estate con gocce di viola del pensiero negli occhi, a sfidarci con spade di carta e parlarci da un balconcino appartato di notte ingannando la notte che troppo in fretta sorprendeva le nostre voglie.

Fiumi di parole in cui annegare, girotondi intorno al corpo, sospiri sempre più profondi da controllare sul labbro di una pozzanghera di desiderio che doveva essere arginata. E razionalizzata. Una s-conosciuta che era blu come la notte e tutte le sfumature chiare del giorno.

https://www.youtube.com/watch?v=vcYEn9b01DM

Una voce mi chiama e afferra, pronuncia “ilmionome“. Mi fermo in mezzo alla strada bagnata dalla luce calda dai lampioni, stordita. Come la lepre a Pantelleria che si piantò davanti ai fari della mia auto. Perché hai svegliato la notte? mi chiese. Intorno c’era solo buio e gli occhi abbacinati della mia auto, il muso della lepre indispettita che correva via a segmenti obliqui per essere inghiottita da una notte che in quell’isola è mistica. Come me adesso che invoco tutti gli amori che ho smarrito.
Ilmionome” quanto tempo!, mi dice. Posso abbracciarti? mi chiede.
Le sorrido, ma già sono sotto la sua stretta più stretta della notte, e guardo dietro le sue spalle. Stacco il mio corpo e sento il rumore della plastica stropicciata, quella posata sui divani in case addormentate nell’assenza; case con le lenzuola sui vetri, con strati di polvere che aspettano un ritorno.

Alzo la mano e saluto il resto della compagnia, mi dispensa parole che proprio non ho voglia di sentire. Il mio sorriso stentato lo mescolo al vino bianco che fa vortici nel bicchiere grazie alla mia mano altalena.
Le parole si scontrano con me. Tanta gente che non vedo da tempo. Che non mi vede da tempo. Si confondono come bolle sulla mia testa.

Quanto tempo ripete, lei, Rosa un’amica di quindici anni più grande di me (penso alla questione età. ripenso alla stupidità di certe mie rigidità sui compartimenti stagni del tempo, soprattutto quando si tratta di persone più piccole di me). Mi accorgo di come i denti stringano il labbro dal sapore di ruggine nella lingua. Il ferro rosso di un frammento di discorso amoroso blu che si infila nella mia testa e che scaccio. Rosa mi guarda e capisco che non ha intenzione di lasciarmi andare via facilmente, come in un vecchio film afferra le mie mani e le alza all’altezza dei nostri plessi solari. Stringe le mani. Io tremo. Dall’imbarazzo infastidito, tremo. C’è anche l’impazienza di spostarmi altrove, una vertigine a cui non so proprio dare un nome.
Quanto tempo, mi dice. Quanto tempo mi dico. Mi afferra le spalle e mi stringe tutta. Guarda la mia amica, piega la testa incuriosita. Laura questa è Rosa, Rosa questa è Laura.
Dove è lei (nomedellamiaexcompagna)? mi chiede.
Le ho detto addio, le rispondo. Senza preamboli diretta come il sapore acidulo di un bianco siciliano nella lingua. Otto anni, le rispondo, quando mi chiede la data di scadenza della mia relazione. Le dico tutto, anticipando le domande. Non prevedevo però l’emorragia di considerazioni della mia dirimpettaia, pronta a investirmi e a scivolare come una pozzanghera sotto i miei piedi. Ci saltello dentro in quel rosso che vorrei fosse blu e schizza sulla faccia di tutti intorno, ma non se ne accorgono.

Nei minuti che ci vedranno l’una di fronte all’altra, con lampioni caldi che rimbalzano sui basolati sotto i nostri piedi, una vecchia tv anni ’50 in bianco e nero su cui vanno video musicali, e scritte sui muri che ci osservano storte come un sottotitolo che presto prenderò in prestito. Nei minuti che ci vedranno l’una di fronte all’altra lei mi chiederà cosa è successo (ma ha già un suo pensiero), si dispiacerà e poi vomiterà considerazioni del tipo lei è una persona fantastica, affascinante, forte, ma tu non potevi stare con lei… ricordi, ricordi che te lo dissi anni fa? Tu sei libera, tu devi volare alto, tu sei…
Io sono. Il bianco si scalda sotto le mie dita impazienti. Sorrido, chiedendomi perché mi ritrovi sempre in un crocevia di considerazioni che non mi interessano.

Guardo la scritta ‘Amore’ sulla parete alle nostre spalle. La estrapolo dal contesto, come me adesso, e penso alla lista dei rapporti finiti che si allunga. Mi allungo. Mi piacerebbe sedermi su quello scalino, prendere il mio taccuino e disegnare tutte queste facce inutili (senza corpo in una decapitazione a-morale), appuntare le teste di spillo dei miei pensieri, per poi legarvi intorno fili che spargerei come lenze rosse nella strada, li fisserei nei balconi come una ragnatela in cui qualcuno (lei?) potrebbe esserne impigliata.

Me l’aspettavo, dice. Alzo le spalle, corporalmente rispondo. Io sono un uccello che deve volare libero e librarsi, mi ripete affidandomi le parole come se mi chiedesse di ripeterle per farle mie (farla mia, penso, rinvio, dimentico). Mentre segna con la mano il suo compagno di anni e sventure, l’intellettuale professore filosofo anarchico, proprio alle sue spalle; come se mi accostasse a loro: Loro hanno bisogno di noi, ci divorano, si nutrono della nostra grandezza, della nostra forza, ripete più a sé stessa. La guardo mentre fa capriole con le mani e china la testa, una smorfia triste, mi infila con forza dentro un ‘noi’ che faccio fatica a sentire mio. Rosa fresca aulentissima, mi verrebbe da dirle, io non lo sono più, masticata per un po’ è vero, ho ceduto tanto, ma sto riprendendo, ho raccolto con l’abnegazione dell’archeologo i pezzi di carne e ossa, li sto rimettendo insieme.

Non hai il volto triste, lo dice anche lei, ti vedo bene aggiungono gli altri in traiettorie che questa notte sono coincidenti con le mie. Ogni metro di strada fatto è una stazione della via crucis del mio passato. Alcuni nomi non li ricordo, ma sorrido e cerco di aggrapparmi a frammenti di memoria per ricordare. Chi sono io?
Mi sento leggera e (un po’) felice nonostante le paure, il dolore, questo sentire claudicante che dovrò aggiustare. Ci ho messo un po’ ad ammettere la fine, in me si era celebrata anni fa, per questo sono andata via dalla sicurezza, così mi dicono si chiami, così la chiamano gli altri quando mi parlano. Dopo i 40 diomio che coraggio che hai avuto. Sento ogni giorno la litania in cui la mia scelta è vista storta, quasi fossi io lo sgarro alla felicità. Ingrata!, qualcuno me lo ha detto gentilmente senza pronunciarlo. Ingrata! a rifiutare. Ingrata! ad andare via. Ingrata! a sotterrare l’amore.

Non sei fatta per questo genere di rapporti, mi ripete però poi Rosa come se avesse annusato sul mio corpo tutte queste zavorre non chieste. Mi arriva piano, è delicata, ma invadente. Te l’ho detto anni fa, continua Rosa. Ci rivediamo presto, le sussurro afferrandole le gracili spalle, zittendo quei girotondi di parole di cui sono stufa. Mentre si allontana la squadro tutta, stretta in quel corpo fragile, penso a che donna immensa poteva essere, artista eccelsa, divorata dal suo Cerbero a infinite teste che ha digerito quasi tutto il suo talento. A lui, sbiadito ma presente, riservo un cenno della mano.

Guardo oltre lei, Rosa, la scritta sul muro dice “dove non puoi amare non soffermarti”. E sorrido. Ma nessuno sa perché. Sorrido, pensando che in quell’accento blu avrei potuto perdermi. Rosa mi parla, quell’abbraccio durato troppe stagioni ammetto che avrei voluto fossero state altre braccia a donarmelo. Non sono però una da abbracci, né di ritorni. Salto le pozzanghere, attraverso i silenzi. Sono una da addii. Ne ho collezionati tantissimi.

Laura, la mia amica, mi chiede perché sia stata così distaccata e abbia messo a freno il contatto.
Il suo accento… – le dico con sospensioni lunghe -. Le sfumature di un dialetto che mi ricordano altro. Una sorta di melodia e poi un ronzio fastidioso nelle resistenze che sto alzando verso altro, altra. Un’insidia di cui non le ho ancora parlato. Questa sera lo farò, dirò a Laura di questa lei conosciuta qualche tempo fa, l’insidia che è gocciolata senza accorgermene e in cui ho affondato i piedi.
Hai presente lo specchio? inizio così il racconto.

Abbi pietà dei nostri occhi
che la guardano,
della nostra carne
che la desidera,
del nostro orgoglio
che la seduce.

Insegnaci un altro amore.


liberamente tratto da Un altro amore di Donata Doni (Il pianto dei ciliegi fioriti – 1963).

https://www.youtube.com/watch?v=yoj2I6ZJLx8

L’accento di Rosa mi ronza nelle orecchie, è amo e lenza. Sono però a buon punto mi dico, approfittando della distrazione della mia amica mi guardo dentro e vedo solo piccole tracce. Sono così brava a lasciare andare. Decido di raccontarle di questo strano incontro, improvviso, sconvolgente, di qualche settimana fa. Mentre mi serve altro vino e mi chiede se la barista possa accettare o meno le sue avance, si perde in disquisizioni sul tempo, di come io debba essere meno rigida nei rapporti, mi dice ‘vai’, ‘prova’, ‘non andare sempre via’. Mi dice che la bellezza va vissuta perché non sempre accade. Non essere sempre la solitadai ilmionomemolla le resistenzese domani Putin bombarda la città? Voglio arrivare alla tomba consumata anche dai ‘no’, sostiene con il suo piglio da caterpillar esistenziale.

Ridiamo. Come se fossimo adolescenti e le canzoni nell’aria fossero messaggi contaminati da coincidenze. Come Paola che sta festeggiando la firma del contratto a tempo indeterminato all’università e mi chiede se possa offrirmi un gin tonic. Sgrano gli occhi per una coincidenza da giovinetta che mi concedo per qualche istante, rimettendola in custodia poco dopo. Declino l’invito e ritorno al mio bianco. Qualcosa so che si è insinuato.

Laura arriva con l’affondo. Mi dice di inviare un messaggio alla donna in blu. Come si fa? Le chiedo. Sono già andata oltre, il beneficio di inventario l’ho usato. Le mandi un messaggio e amen, sii diretta, che te ne fotte, aggiunge con il suo sorriso naso a naso. Che te ne fotte, lo sillaba. Le do ascolto e l’addio che stavo pian piano apparecchiando si apre in un tentativo di costruzione di altro, potere accoglierla in altro, con leggerezza. Le chiedo un istante, mi allontano di poco, in uno spazio che possa definirsi privato. I cinque squilli dei miei rituali si tuffano in un silenzio. Sorrido. Ça va sans dire, dico a voce alta. La donna che mi sta di fronte, ubriaca e sofferente (d’amore) mi guarda storto. L’amico tenta di riportarla nell‘hic et nunc, ma lei continua a bere e a far ciondolare la testa. Ha lo sguardo assente, quel volto dai lineamenti delicati e scultorei perde ogni bellezza sotto il peso di tanta trascurata tristezza.

Una visione insopportabile. In questi anni ho imparato l’assenza, la sottrazione. Quando perdi le persone che ami, quando non puoi certo affondare le mani nella terra e sentire le unghie staccarsi per il tentativo di disseppellire l’amore, quando le tue lacrime non avranno l’effetto di scardinare le tombe per riavere, impari a lasciare andare, a placare la fame e la sete. Impari a non lasciarti andare. Impari (dillo più lentamente) a lasciare andare. A strappare via prima che prenda forma in te, e sostanza (il blu). Quel blu lo lasci in una pozzanghera che salti, proprio alle tue spalle. Sorridi della bellezza del tuo riflesso insieme alle squadrature dei palazzi. Sorridi pensando che hai scoperto che potrà accadere ancora, che questo passaggio di bellezza è rimasto dentro e ha creato delle accelerazioni in te di cui (le) sei grata. Che accoglierai di nuovo un amore e ti perderai con tutta la carne e ogni sinapsi in totale godimento di sensi, senza restrizioni e con un abbandono che non conoscerà alcun limite perché fuggirà ogni definizione.

https://www.youtube.com/watch?v=Dbd_sfw-TAY

Torno da Laura, le dico che ho provato, la rimprovero di avermi spinta a mandare i messaggi e per quel tentativo. Gentilmente, perché in realtà mi sento grata e anche sollevata. Ha ragione, mi sento più libera. Sorseggio il mio vino, saluto la donna dai capelli bianchi che pronuncia il mio nome più volte, infastidita da tanta intimità. Mi sorprendo di come talvolta sia un’umana inconsapevole, da come sia rigidamente distaccata da quella donna con cui ho condiviso settimane di lavoro e con cui solo una volta in un notturno camerale abbiamo scambiato confidenze. Laura mi chiede perché non vada, perché rifiuti. Le dico che questa sera ho già osato abbastanza e che quella donna mi infastidisce.

Ogni tentativo di confidenza, vicinanza, mi riporta a lei. Al suo accento blu. Laura, le chiedo, ma come fai? Non hai paura di rotolare giù dalla rupe? Mi racconta di questa donna bellissima che ha incontrato nella stessa città della mia donna in blu (diosantissimo esclamo sputando via l’aria e sperando non sia una triste coincidenza che mi spinga ancora più via). Le identità non coincidono. Parla di come lei l’abbia palesemente rifiutata, ma con cui – mi confessa – ha instaurato una bellissima amicizia. Sei fottuta, le dico, altro che amicizia. E poi aggiunge una di quelle frasi che sanno di film e notti che non accadono mai: la bellezza accade una volta ogni tanto… lei è bella, l’ho spostata con difficoltà nel reparto amicizia dopo il suo rifiuto, non è stato facile, ma adesso è meraviglioso.

Sarà vero? Ridiamo tantissimo, sento la lingua indolenzita dall’alcool, seduta su una panca in un tavolo con sconosciuti a cui ho chiesto ospitalità poco prima. Mi riapproprio del mio spazio, vedo persone che non incontravo da anni, sento il mio nome pronunciato dopo tempo tra le strade di questa città che è mia, tutta mia. Ho voglia di camminare, lo dico a Laura preoccupata che la notte possa ferirmi. Ho voglia di camminare e di andare via.

La saluto, con i suoi rimproveri dietro le mie spalle che mi ammoniscono di fare attenzione. Inizio a mappare la città con piedi notturni e ripenso alla passeggiata che feci con la donna in blu, una sera d’ottobre, celebrando una vicinanza così naturale, un attraversamento che come un ago si muoveva da fuori a dentro. Pronuncio il suono nome adesso, un’ultima volta, passando davanti quella scritta “Dove non puoi amare non soffermarti” (che le ho inviato per messaggio facendole un’unica domanda che aveva molto di più dentro, come la sua risposta arrivata poco dopo). Ho preso le misure, le dirò, ho capito che gentilmente lei si è defilata. Così ho lasciato quel nome proprio lì su quella parete, conficcato come uno spillo appeso al muro un pezzo lacero di carta con su scritto il suo nome blu. La punta di uno spillo che ieri notte ho abbandonato, c’è ancora una punta. Ma non pizzica più.

“Un cavaliere era innamorato di una nobildonna. Lei gli disse: “Sarò vostra solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia, nel mio giardino, sotto la mia finestra. Ma alla novantanovesima notte, il cavaliere si alzò, prese la sua sedia sotto il braccio e se n’andò”

Sono una di quelle che non si usano più, mi ha detto la donna che ho amato per otto anni. Sono un uccello libero mi dice Rosa, con il suo accento blu. Sei una che deve imparare a essere felice, più felice, mi dice Laura. Sono io, mi ripeto, mentre il telefono squilla e so che non è lei. Un’altra identità, un’altra donna che stasera dopo tanti ‘no’ decido di accogliere perché mi fa sorridere e stare bene. Mi accompagna mentre torno a casa e mi chiede se sono al sicuro. Forse è tempo che abbandoni le mie resistenze. Altre sfumature, il blu non è (forse) l’unico colore caldo, si scioglie come la neve a novembre.

https://www.youtube.com/watch?v=k23lZ0rtSOM

«C’è qualcosa che coincide esattamente col mio desiderio (di cui non so niente) (…) talora, ciò che dell’altro mi esalta è l’aderenza a un grande modello culturale (io credo di vedere l’altro dipinto da un artista del passato), talaltra, ad aprire in me la ferita, è invece una certa disinvoltura dell’apparizione: io posso innamorarmi di un atteggiamento un po’ volgare (assunto per provocare): ci sono delle trivialità sottili, mobili, che passano rapidamente sul corpo dell’altro (…) l’aspetto che mi colpisce si riferisce a una particella di pratica, al momento fuggevole di una posizione… ».

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso

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