Così

Brassaï, Passerby in the rain (1935)

“Che tu stia male per noi non è una cosa sana” ed è proprio sul filo di questa frase chirurgica  che ho sentito qualcosa spezzarsi, come il dente che batte inavvertitamente su piccoli residui di terra rilasciati dai crostacei (ti è mai capitato?) e ti coglie impreparato, ti fa male in una maniera diversa. Ed io invece? Qual è la mia maniera? La solita di sempre, quella di cui ti sei innamorata. Tutto il pacchetto, no?! La mia maniera così viscerale e completa di vivere le cose, e forse sì stancante. Ho questa maniera così piena e profonda e malinconica di vivere queste assenze tra noi, di volerti, di reclamarti, di sentirmi poca, di non accontentarmi. La mia maniera però, era dentro il pacchetto, se rivedi i punti, se scorri con il dito nell’elenco la troverai, vedrai che al sesto o centocinquantesimo rigo c’è qualcosa, quel qualcosa di me che non ti ho mai nascosto. E da qualche altra parte c’erano le nostre promesse.  Poi tutto si è perduto, la mia vita e la tua hanno complicato le cose. Mi hai dato dell’egoista, e questo no, questo non posso permettertelo, non posso permettermelo. Altro granello tra i denti. Hai disatteso la promessa che mi facesti la notte dei pesciolini rossi, quando ti parlai del mio rapporto e delle assenze della relazione in cui tu eri l’altra, e mi dicesti di essere d’accordo con me. Eri lì a promettermi spazio tra noi e il tuo sguardo calmo su di me si diffondeva sulla mia pelle e poi scendeva dentro, in ogni parte di me. Ma poi non è stato così: le premiazione, le serate tra amici, le serate di lavoro, i concerti, le feste, i teatri, le passeggiate, i funerali, le perdite, le gioie, le ricorrenze, i compleanni… tu dov’eri? C’era sempre quella dannata ragione sufficiente, e non io. Così basta raccontarsi ancora delle scuse e non dare il nome alle cose e lasciare che le cose lo diano a noi, aspettare che ‘ho incontrato qualcuno per caso’ possa essere la rottura definitiva, così occorre scegliersi prima, prima che faccia ancora più male. Quest’isola delle correnti l’ho creata per te, in qualche modo speravo che mettendo qui tutte le mie parole, le mie paure, mi rendessero più forte, per essere sempre sorridente al telefono e far finta che tutto andasse bene anche a me. Lo so che ci sono riuscita difficilmente. Così ho iniziato a staccarmi, solo per avere una distanza di sicurezza, che mi permettesse di stare meno male, e tu ti sei spaventata, mi hai rimproverata, mi hai detto che ero fredda e distante, ed io non ho più capito cosa fare, come bloccata a metà tra due cose. Quest’isola delle correnti l’ho creata per lasciarle asciugare le mie parole, e lasciare che la corrente portasse via qualcosa, e che nella risacca qualcosa di nuovo, invece, mi venisse restituito. Si può restituire qualcosa di nuovo? Ci abbiamo provato con il nostro rapporto, ma l’onda non ha portato nulla. Ti ho detto ‘sono di carne e sangue, ho bisogno di qualcuno che mi tocchi, che mi desideri, che mi guardi’… Quel qualcuno eri tu, ma hai sferrato l’ennesima parola sbagliata solo per ferirmi, dicendomi che io volessi qualcun altro. Mi hai detto addio, ed io ho accettato. Così…

Non mi troverai più ad aspettarti
Hai consumato tutte le mie anime
Hai pezzi sotto le tue unghie ferite
Ed io non ho niente
Nemmeno la tua nostalgia
Così sul fondo di quella scatola bianca di cartone
Solo un foglietto con il tuo nome
Metti il coperchio, sigilla la scatola
Sali sullo scalino più alto della scala
Sull’ultimo ripiano del mio armadio
In fondo a sinistra
Lascerò il nostro amore
(E riprenderò me stessa)

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