La preghiera della zanzara

La mia alba

Il cielo bianco annunciava un’alba senza colore. Il mattino presto è sempre silenzioso, ma solo certi silenzi sono sinonimi di assenza, altri sono ricchi di complicità. – Marc Levy, Se solo fosse vero

L’alba cresce sulla mia testa come un pensiero smarrito. Non riesco più a dormire, la mia insonnia questa volta ha lasciato la colpa a una maledettissima zanzara, di quelle stealth, che non riesci a vedere. Mi trascino alla finestra come se la luce mi conquistasse per la prima volta. La guardo riflessa sul vetro sporco della mia finestra, con tracce di inverno ancora ben visibili. Non ho più sonno adesso. Mi spingo fuori sul pavimento giallo del mio balcone in una periferia ancora addormentata. Questa clandestinità mi diverte. Sento mia ogni cosa e mi sorprendo a registrarla. Niente sembra avere fretta, nemmeno il ricordo di te che quest’alba inaspettata porta addosso. Ricordo le notti che si trasformavano in giorno e ci sorprendevano mentre ci confessavamo l’una all’altra. I palazzi sembrano fare il saluto al sole mentre la luce si allunga sui profili assonnati. Le rondini sembrano intrecciare cestini da un punto all’altro del mio cielo che si estende da un cornicione all’altro in questo spaccato che a me, però, sembra infinito. Si sfiorano con un’energia che mi concede un altro sorriso. È un’alba pacata e prepotente. Ci sono gabbiani affacciati sulle labbra dei palazzi più alti, sembrano spiarmi. Chi è quell’intrusa? Abbasso lo sguardo e mi sorprendo inerme e mia, come se avessi consapevolezza di me, di tutta me, senza lo strazio del ripudio.
La luce, una bellissima luce, conquista piano la strada e i nasi dei palazzi, e io mi sento fortunata per questa pace inaspettata che mi cala addosso. Io mi sento. E capisci che basta così poco. Il gallo canta. Un gallo canta in città. Un gallo canta in una città addormentata. Le cose iniziano ad acquistare spessore. Vedo le ombre sbadigliare e raggiungere il loro doppio. Sento quasi freddo e sorrido, perché mi sento come dentro a una prima volta, a un tanto tempo fa dove questa me non esisteva. Guardo le antenne svettare verso il cielo come girasoli di metallo, e il vaso in fiori di plastica della mia vicina impegnato in una fotosintesi posticcia. Ecco colombe e piccioni fare il loro ingresso, tra cinguettii che diventano insistenti. Mi sento parte del tutto, non saprei spiegartelo, ma forse non occorre. Chissà se basta davvero essere soli per godersi tutto questo… Questa alba metropolitana ha in ogni cosa il suo doppio, anche i due netturbini che stanno pulendo la strada, anche…
La via si sveglia, la luce ha colori più insistenti, come le voci meccaniche del mattino che come gru operose si spostano sopra la mia testa. Preferisco lasciarle dietro la finestra, almeno per un po’. Dormirò qualche ora, un paio, solo per incastrarmi nel registro di quest’alba inaspettata. Lascio la mia ombra sulla sedia. Il cane ha approfittato della mia assenza per occupare tutto il letto, e mentre la convinco a lasciarmi un po’ di spazio, invoco la preghiera della zanzara: benedetta sia la zanzara e quel sangue strappato dal suo morso che non ha tolto ma ha dato.

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