Vorrei poter soffocare

Spesso accade: dimenticare. Ricordare. Vivere. Affogare. Il mutismo del mondo diventa ‘atrocità tranquilla’ dalla quale vorresti scappare. Scavare in una poesia per indossare parole che non sapevamo di avere avute dalla bocca altrui. Lì la parola si compie, come il nostro dolore che qualcun altro ha provato, sistemato in versi e archiviato. Perché quando una parola è scritta, muore (Muore la parola appena è pronunciata: così qualcuno dice. Io invece dico che comincia a vivere proprio in quel momento – Emily Dickinson).

La pila di libri che mi sta di fronte è una torre che abbaglia la mia attenzione, cerco di ignorali, ma non riesco a non arrampicarmi, scorrere con una carrellata i titoli che diventano poesia involontaria. La mente si è distratta. Il corpo si alza dalla sedia. La mano chiude il display del pc, come se staccasse un interruttore. Prego, avanzate pure. Dico alla memoria. Memoria di te. In una poesia che afferro, un Pavese ingiallito nelle pagine consumate a lettura. Che struggente dolore contengono i suoi versi. Il rumore delle pagine ispessite dal tempo sotto i miei polpastrelli doloranti. Ci sfoglio in una poesia che avrei voluto dedicarti, leggerti appesa al tuo corpo nudo. Nelle nostre notti di Cabiria.

Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell’amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest’acredine arida
che mi tormenta.
Ardere confuso in te disperatamente
quest’insaziabilità della mia anima
già stanca di tutte le cose
prima ancor di conoscerle
ed ora tanto esasperata
dal mutismo del mondo
implacabile a tutti i miei sogni
e dalla sua atrocità tranquilla
che mi grava terribile
e noncurante
e nemmeno più mi concede
la pacatezza del tedio
ma mi strazia tormentosamente
e mi pùngola atroce,
senza lasciarmi urlare,
sconvolgendomi il sangue
soffocandomi atroce
in un silenzio che è uno spasimo
in un silenzio fremente.
Nell’ebrezza disperata
dell’amore di tutto il tuo corpo
e della tua anima perduta
vorrei sconvolgere e bruciarmi l’anima
spardere quest’orrore
che mi strappa gli urli
e me li soffoca in gola
bruciarlo annichilirlo in un attimo
e stringermi stringermi a te
senza ritegno più
ciecamente, febbrile,
schiantandoti, d’amore.
Poi morire, morire,
con te.
Cesare Pavese, 12 dicembre 1927

Vorrei poter soffocare, da Prima di «Lavorare stanca» 1923 – 1930, in  (Le poesie, Einaudi, 1998)

http://www.youtube.com/watch?v=2xGrNhTDlDY

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