Salva Bozza

Ti amai, anche se forse
ancora non è spento del
tutto l’amore.
Ma se per te non è più tormento
voglio che nulla ti addolori.
Senza speranza, geloso,
ti ho amata nel silenzio e soffrivo,
teneramente ti ho amata come
-Dio voglia- un altro possa amarti.
Aleksandr Sergeevič Puškin 
Nan Goldin, Kathe in the tub, West Berlin, 1984
Nan Goldin, Kathe in the tub, West Berlin, 1984

Ho cliccato su ‘salva bozza’. Era il primo maggio. ‘Salva bozza’, mi è parsa un’ironia adatta a noi, che non siamo più Noi, non siamo più due, un insieme spezzato. Stanotte mentre lavavo i denti, con movimenti netti e regolari, mi sono lasciata inebetire dai ricordi. Ti sei riflessa nello specchio e mi hai guardata. Ho pensato che ora (da un po’) siamo un ‘less’, la condizione della grammatica inglese che è la più adatta a raccontarci. Gli inglesi sono così pragmatici, come te dopotutto: cordless, tastelesscareless, endless. Siamo una sottrazione. Te senza me, io senza te. Suffissi l’una dell’altra. Così queste parole vengano pure al mondo, imperfette e straniere in questo mare che pian piano ritira le sue maree e mi lascia solitaria e sconfitta.

http://youtu.be/XNd6-_hyWkI

Primo maggio 

E’ stato un sogno terribile non so neppure da dove cominciare. Ero arrivata a Milano in nave e vedevo un porto, mi dicevo che quella però non poteva essere la tua città: «Milano non ha il mare, né un porto», qualcuno, un uomo, uno sconosciuto credo, sì ecco, mi poggiava la mano sulla spalla per tranquillizzarmi e mi diceva che mi sbagliavo. Gli credevo e tutto ritornava al suo posto. Il porto si estendeva a perdita d’occhio, alla mia sinistra, bagnato da sfumature rossastre, come fossero delle saline. Tutto si muoveva silenzioso e appartato. Non c’erano le solite tonalità brune che mi angosciano nei sogni. C’era luce. Molta luce, seppur pacata. Mi ritrovavo in un attico ed ero impaziente di dirti che fossi lì. Passavo in rassegna le formule per scriverti un messaggio e sorprenderti, sorprendere il tuo dolore, il dolore di entrambe per creare una breccia e creare la possibilità di un incontro. No, mi dissi, non potevo certo scriverti, avevo bisogno della certezza della tua voce così non avrei lasciato scampo alle incertezze di entrambe. Presi un telefono, non ricordo di chi fosse, e iniziai a digitare delle stringe per secretare il numero: “Se legge il mio numero sul display non risponderà” continuavo a ripetermi. Non riuscivo, i tasti erano incomprensibili e il display piccolissimo tanto da impedirmi di capire cosa avessi scritto. Non ricordavo neppure il tuo numero, digitavo altri numeri, quello di mio padre per esempio, e mi arrabbiavo perché non riuscivo a ricordare. Iniziai a disperarmi e cercare il mio i cellulare per chiamarti. Quando composi il numero senza quelle maledette stringhe tu, come avevo immaginato, non rispondesti. Rifiutasti la chiamata. Continuava ad attaccarsi la segreteria con il tuo messaggio in inglese. La tua voce. E ripensai al tuo viaggio.
Oggi ti ho chiesto di tentare di trovare uno spazio l’una nella vita dell’altra. Non è un tentativo di riconciliazione, non da amanti. Nella bolla in cui sono entrata dopo essere andata via ho visto la nostra storia più chiaramente e ho capito che era la tua ansia di separazione a trattenermi. Adesso cullo il disperato bisogno di non perdersi, di reinventarsi, in una piccola parte nelle nostre vite. Non voglio perderti. Il pensiero mi spezza. Ci sono momenti in cui sono molto arrabbiata con te, per quello in cui hai voluto credere, per la maniera in cui non sei riuscita ad amarmi, ma dopotutto non posso neppure fartene una colpa. Ho ripensato a tutte le volte in cui ti avrei voluto mia e all’ultima volta in cui ho sperato che mi chiedessi di esserlo. Credevo fossimo pronte entrambe. Ma tu non lo sei mai stata. Non mi hai mai amata, e questa consapevolezza fa male. Avrei voluto amarti, proteggerti, sposarti. Sì, sposarti. Avrei voluto avere dei figli con te e una vita insieme fatta di cose piccole. Volevo sceglierti ogni giorno della mia vita e renderti felice. E’ anche per questo che ho accettato di andare in terapia. Cosa che ho smesso di fare. ‘Per te’, anche se è una declinazione che odiavi. Te che sentivo come la parte migliore di me a cui appellarmi. Te, tu… che non sei più mia.
(Salva Bozza)

Qualche ora dopo
arriva la tua risposta ammalata d’odio. Mi scrivi che è delusione e tante altre cose che mi spingono via. Senti la porta che sbatte? Così sono costretta a chiudere tutto, perché tu mi dici “ti prego (il mio nome), basta. ti prego”. E a me non resta che l’ultimo gesto d’amore: cancellarci come se non fossimo mai state. Come se non ci fosse stato tempo tra noi, né abbandono. Mi chiami egoista, egocentrica, stronza e schernisci la mia sofferenza amorosa. E mi rendo conto che tu non abbia capito quanto questo strappo sia stato più un atto d’amore nei tuoi confronti. Sapevo che non sarei riuscita più a inghiottire le assenze d’amore, che sarebbero venute fuori e che non sarei riuscita più a rinviarle. Impastavano la lingua, seducevano ogni pensiero, e io le deglutivo come fossero cocci di vetro, perché tu eri il bene più prezioso, tu impegnata a gestire uno dei dolori più grandi. Come potevo dirti che non riuscivo più ad andare avanti in quel modo, senza direzione, senza essere scelta? Che impazzivo a non sentirti dire che mi volevi, che ero tua, che mi amavi? Non potevo. Chi ero io? L’ombra del tuo dolore si allungava su tutto. E io non ho potuto altro che andare via. Ogni tanto ripasso sulla lingua il tuo nome. E il pensiero del tuo sguardo vuoto e delle tue lacrime è un tormento che mi ferisce tutta. So che starai meglio senza me, ti ho osservata da lontana, finché ho potuto, e ti ho vista (in qualche maniera) più serena.

Ti amo (che il cielo me lo conceda un’ultima volta mentre inizio a dimenticarmi in altro. Eh sì, sei stata il mio grande amore).

Oggi
Vado avanti e so che lo farai anche tu. Avremo altri nomi da chiamare in quel Noi, e farà male perché mi sembrerà di tradirti. Mi sembra di strapparti di dosso. Metto i cocci in una scatola.

http://youtu.be/TNwkN9vrUYY

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